Proteste
Il dottore che combatte le amputazioni
A Pisa dal 1989 c’è un’unità dedicata alla gestione dei casi più complessi di “piede neuropatico” sindrome che in Italia riguarda 1 milione di persone, con complicanze gravi: da ulcere a infezioni
Nel mondo ogni 20 secondi un arto inferiore viene amputato a causa del diabete, di gran lunga la causa predominante nelle amputazioni di piedi e gambe, più di mine e incidenti stradali. Eppure il diabete spesso non viene percepito per la gravità che ha e quando i sintomi si manifestano con tutta la loro forza di frequente il quadro clinico risulta compromesso. Tra le complicanze una delle più invalidanti è il “piede diabetico”, una sindrome cronica conseguenza del diabete. Porta con sé problemi a livello circolatorio e di sensibilità all’arto e ha un decorso subdolo, tanto che il paziente si accorge della gravità delle complicanze del piede diabetico quando queste si palesano in maniera acuta con il rischio che si debba procedere all’amputazione.
In Italia ci sono circa 4 milioni di diabetici e un quarto di questi nell’evolversi della patologia va incontro (a vari livelli) alle complicanze di questa sindrome. A Pisa, nel 1989 è nata un’unità dedicata esclusivamente alla gestione dei casi complessi di piede diabetico, per evitare amputazioni e seguire a tutto tondo i pazienti, oltre a formare il personale dedicato (anche con medici dall’estero). A dirigere la sezione dipartimentale della Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana (dove ogni anno vengono diagnosticati più di 1500 nuovi casi) è il professor Alberto Piaggesi, diabetologo con più di 30 anni di esperienza nel settore.
Professor Piaggesi cosa avviene con il cosiddetto piede diabetico?
«Si tratta di una sindrome cronica che colpisce circa un quarto dei pazienti diabetici nel corso della loro vita. A livello generale il paziente sviluppa problemi a livello neurologico (perdita di sensibilità) e circolatorio (insufficiente irrorazione dell’area) a carico degli arti inferiori: sono situazioni che possono portare a ferite, ulcere, gravi infezioni (soprattutto oggi con i batteri multiresistenti agli antibiotici), che a loro volta possono sfociare in amputazioni. Il piede diabetico, poi, si associa anche a gravi complicanze sistemiche quali infarto, ictus e setticemia. Il problema è che spesso la gravità della situazione non è evidente per il paziente, perché si palesa con l’accesso in urgenza: il paziente arriva e ci dice che apparentemente stava bene fino a poche ore prima, salvo essere peggiorato rapidamente. O può accadere che neppure sappia di avere il diabete e che venga fatta diagnosi proprio in conseguenza di questo episodio, visto che si stima che per ogni diabetico noto ce ne sia almeno un altro che ancora non sa di esserlo».
Come si interviene?
« Da 30 anni a questa parte sono stati fatti grandi passi in avanti sia per trattare la fase acuta sia per prevenire le recidive che per gestire le complicanze. Per fare questo a Pisa abbiamo creato un team multidisciplinare, composto da diabetologi, radiologi interventisti, chirurghi vascolari, ortopedici, podologi, infettivologi, anestesisti. Tecnicamente, se il paziente arriva nella fase acuta, lo ricoveriamo e poi decidiamo se procedere alla rivascolarizzazione o se prima dobbiamo occuparci di un’eventuale infezione. Entro 24/48 ore il paziente fa tutto, anche perché questa è una patologia tempo-dipendente, come l’infarto del miocardio: più tempo passa e peggio è».
Ma ci sono situazioni o segnali a cui fare attenzione?
«Il diabete, oltre a essere una patologia impattante, è anche subdola: una persona ce l’ha ma può non saperlo, mentre chi ce l’ha perde sensibilità all’arto e può non notare l’aggravarsi del quadro clinico. Per questo la prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali per evitare appunto che la patologia evolva verso le forme acute, frequentemente molto gravi. In ogni modo oggi, grazie all’approccio multidisciplinare si riesce a gestire il paziente e nel 90% dei casi si evita l’amputazione. È molto importante che il diabetico una volta all’anno si sottoponga al controllo per gli arti inferiori, rivolgendosi al proprio medico di famiglia o direttamente al servizio di diabetologia. Il nostro numero è 050/997467» .
Professore, cosa prevede il futuro della ricerca?
«La nuova frontiera è rappresentata dalla necessità di gestire quei casi recidivanti - e sono sempre più numerosi - che hanno già eseguito molteplici interventi di rivascolarizzazione e stabilizzazione chirurgica e in cui non vi siano più opzioni da questi punti di vista. In questi casi scongiurare l’amputazione diviene un vero e proprio “salvataggio d’arto” e vengono impiegate tecniche e tecnologie quali l’impianto di cellule staminali per rigenerare i vasi, la arterializzazione del circolo venoso e l’uso di tessuti artificiali per ricostituire le parti compromesse dalla patologia. Senza dimenticare che possiamo monitorare - grazie sensori nelle calzature - la situazione in tempo reale dei piedi di queste persone, così da intervenire tempestivamente. Ci aspettiamo molto anche dalla cosiddetta “ricerca traslazionale”, cioè l’impiego di scoperte e risultati in altre branche - come le nanotecnologie - anche sui nostri pazienti». —
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