Lutto
Con annunci di lavoro attira modelle e le stupra in casa
Firenze, i casi mentre il "sedicente" massaggiatore-fotografo era già ai domiciliari per violenza sessuale
FIRENZE. Quello che lui chiamava il centro benessere era la sua cameretta, nella casa dove abitava con la madre. Qui le ragazze arrivavano, attratte dalla possibilità di guadagnare qualche euro lavorando come modelle realizzando un video promozionale sull’arte del massaggio. Invece, durante il massaggio, venivano narcotizzate dal presunto massaggiatore professionista, che abusava di loro, in alcuni casi per ore, dopo che avevano perso i sensi. Così un fiorentino di 42 anni è stato condannato dalla corte di appello di Firenze a 5 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale. Commessa mentre era agli arresti domiciliari. Sempre per lo stesso reato.
La pena è stata aumentata di molto rispetto a quella di un anno e 6 mesi che aveva avuto in primo grado - a fronte degli 8 anni chiesti dal pubblico ministero - sebbene i giudici non gli abbiano riconosciuto l’aggravante di aver drogato le ragazze fino a stordirle e a far perdere loro i sensi. La condanna è avvenuta per due massaggi a luci rosse, uno eseguito il 24 settembre 2012 e uno il 16 dello stesso mese. Per quest’ultimo il quarantaduenne era stato assolto in primo grado con la formula "perché il fatto non sussiste". Le due vittime, entrambe parti civili nel processo e assistite dall’avvocato Giacomo Passigli, erano entrate in contatto con lui via Facebook. Modelle alle prime armi, che si erano fidate a avevano accettato di sottoporsi a un massaggio ripreso da una telecamera per un video che sarebbe stato usato a scopo promozionale. Compenso pattuito: 150 euro. Una delle modelle ha saputo di essere stata vittima di abusi solo quando i carabinieri hanno trovato il video nel pc dell’uomo. L’altra è riuscita a fuggire dopo le prime violenze.
È il 24 settembre del 2012. La ragazza entra, il molestatore la fa accomodare, è gentile, la fa spogliare e le fa mettere l’intimo di carta usato per i massaggi. Il massaggio comincia: «Ti metto un panno rilassante sulla faccia» le avrebbe detto lui. Lei non obietta, ma appena si trova col viso coperto grida, l’odore è acre, insopportabile. Lui desiste, glielo toglie, le fa bere una tisana. Se fosse innocua non è mai stato accertato. Quello che è sicuro è che la ragazza inizia a cadere in uno stato soporoso, quasi perde i sensi. È semincosciente, ma abbastanza presente a se stessa da sentire le mani dell’uomo che la molestano. Grida, riesce ad alzarsi, se ne va. Ore di panico, non sa che fare, poi parla con la madre e dietro suo consiglio corre a denunciare tutto ai carabinieri. I militari il giorno dopo si presentano nella casa-centro benessere del 42enne. Viene sequestrato un panno che uno degli investigatori dirà avere un odore acre. Il reperto viene inviato al Ris ma viene analizzato solo dopo un anno, un periodo di tempo che secondo l’avvocato Passigli che assiste la ragazze avrebbe permesso alla sostanza narcotizzante di volatilizzarsi del tutto. Fatto sta che dalle analisi non emerge alcuna sostanza pericolosa. Questo è probabilmente il motivo per cui l’aggravante della narcotizzazione non viene riconosciuta dai giudici della corte di appello, così come era accaduto anche in primo grado.
I carabinieri però nella stanza sequestrano anche il computer dell’uomo. E dentro ci trovano video, video di donne abusate sul lettino da massaggi. Una riescono a identificarla: la contattano e lei resta choccata. Non si era accorta delle violenze commesse dall’uomo mentre era agli arresti domiciliari. Proprio per violenza sessuale e rapina nei confronti di una prostituta. Bloccato in casa, si era inventato un mestiere, quello di massaggiatore. Non è chiaro, e per questo occorrerà attendere le motivazioni della sentenza, come la corte abbia potuto non considerare sussistente l’aggravante della narcotizzazione, ritenendo che le vittime siano state violentate e dunque non fossero consenzienti. Entrambe avrebbero raccontato ai carabinieri di essersi sentite dapprima stordite, e poi di aver perso temporaneamente la vista e i sensi.
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