Finanza
Quei commercianti che resistono e tengono vivi borghi e città
Alla premiazione dei commercianti che proseguono attività familiari e tengono insieme il filo del tempo e della comunità in cui operano si conosce un pezzo di economia reale e di umanità
Questo premio lo dedico a mia madre, che ha fondato il negozio: è bella, se ne intende, applaudite lei. Io a mio padre, mi ha insegnato tutto. Io al mio socio, io alle mie figlie.
Ero dietro a un tavolo di presidenza, a Pisa, tra i relatori di un forum di Confcommercio e del Tirreno sulle piccole imprese. Certe postazioni nei convegni sono trincee di lusso: ti siedi, seminascosto, protetto dalle cartelle e dai microfoni, e puoi osservare senza essere osservato. Ho visto i volti giusti: gente che resiste. Presidiano le comunità. Innervano quartieri, paesi, luoghi vivi che altrimenti sarebbero esanimi. Trattano con i fornitori, selezionano le materie prime, pianificano le offerte. Incontrano, rinviano, litigano.
Eccola, la conduzione familiare. Non c’era solo economia reale: si respirava la trama umana, il vincolo sacro con un territorio a dispetto di insicurezza, servizi carenti e concorrenza delle cattedrali della grande distribuzione. La Toscana è anche in questi eredi delle botteghe medievali, sono arti e mestieri che nei secoli raccontano di noi, di quanto saremmo speciali se lo volessimo.
Quando è arrivato il suo turno, Martina si è commossa. Pensava a quando raccolse dal suo nonno il testimone dell’attività di Vicopisano. «Ora posso morire contento», le disse. Martina ha preso il premio, in lacrime, e l’ha dedicato a lui. Le storie sono più belle, quando continuano.
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