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Toscana

Addio Kobe Bryant, l'anima toscana del bambino diventato re dell'Nba

di Giorgio Billeri
Addio Kobe Bryant, l'anima toscana del bambino diventato re dell'Nba

Il campione di basket amava visceralmente il nostro paese: a Pistoia i primi tiri all'ombra del padre. Da piccolo aveva vissuto anche a Reggio Calabria e Reggio Emilia. Parlava perfettamente la nostra lingua

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Il mondo si è fermato quando erano da poco passate le 20,30, ora italiana. Il mondo, tutto, non solo quello che gravita ai tre metri e zerocinque di un canestro. Il mondo, che aveva celebrato uno dei giocatori di basket più forti di tutti i tempi e anche l’uomo controverso, glamour e dannato, tra milioni di dollari guadagnati, i problemi coniugali finiti in tribunale.

Il mondo, che Kobe Bryant aveva conquistato cinque volte con la casacca gialloviola dei Los Angeles Lakers, quella della sua vita, quel numero 24 che gira per le strade di tutto il mondo, da Pechino a Mombasa fino a Sydney, sulle spalle di molti ragazzi che lo hanno guardato, a bocca spalancata, sfidare la forza di gravità come faceva, qualche anno prima, un altro alien o a nome Michael Jeffrey Jordan.

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Unì’icona planetaria, questo era Kobe. Che dal mito sportivo, domenica 26 gennaio, è entrato nella leggenda come ogni sportivo, attore, scrittore che muore giovane. Avrebbe compiuto 42 anni in prossimo 23 agosto, e non si era ancora rassegnato a non essere più un giocatore, a non incendiare più le folle, a non veleggiare più verso la retina per l’affondata o per il layup. Come i grandi che si nutrono del proprio talento, dipendenti dall’amore della gente, come Totti, o Buffon.

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Ma il suo corpo, qualche anno fa, aveva pagato il conto a una carriera infinita, dove aveva vinto tutto, segnato oltre 33 mila punti, quarto marcatore di sempre superato proprio l’altra notte (il destino) da Lebron James, forse il suo erede più degno, se non come ruolo come carisma e impatto mediatico.
Nessuno riesce ancora a pensare, a credere che il ragazzo sorridente col 24 sulle spalle non ci sia più, che la sua parabola terrena sia finita tra i rottami dell’elicottero che utilizzava ormai abitualmente, come fosse un’auto, per saltare da un impegno all’altro, da una partita da vedere a un appuntamento con gli sponsor. Nessuno può credere che i suoi  figli non potranno più giocare con lui, vederlo, amarlo. Con Kobe Bryant su quell'elicottero c'era anche la figlia della leggenda del basket Gianna Maria.13 anni, era la primogenita di Kobe e la moglie Vanessa, ed era un astro nascente del basket femminile.

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Rispetto ai coetanei pistoiesi, con i quali giocava, era ovviamente un piccolo alieno, con la mano già educata e le gambe di caucciù. Alzava la mano e ciuff, davanti al pubblico che sorrideva, intuendone la stoffa ma non sapendo che quel bimbo sarebbe diventato un punto di riferimento per generazioni di appassionati.
Kobe, in estate, passava molto tempo a Cireglio, paesino della montagna pistoiese. Aveva lì il suo gruppo di amici, che non ha mai dimenticato, nemmeno quando è diventato un uomo famoso e ricco a nove zeri. Alcuni anni fa, in uno dei suoi ricorrenti tour italiani, spuntò proprio a Cireglio con zainetto e occhiali da sole, come il più discreto dei turisti. Poi tornò e si fece anche l’abusatissimo selfie con la moglie davanti alla Torre di Pisa.

Kobe non amava soltanto l’Italia: ne faceva parte, proprio così. Parlava la nostra lingua con accento neutro e quasi perfetto, lontanissimo dallo stereotipo dell’americano con l’inflessione alla Dan Peterson. Una decina di anni fa venne diffuso un video girato durante una partita interna dei Lakers, con un microfono indiscreto piazzato in panchina: era un documentario sulla vita re il basket visto da Kobe. Nella formazione gialloviola giocava Sasha Vujacic, talentuosa guardia slovena che ha fatto due passaggi anche nella nostra serie A, a Udine e Torino. I due, nel corso della partita, parlavano italiano e non se la mandavano a dire: Kobe incitava il compagno con queste letterali parole: «Dai, non fare la fighetta. Duro a rimbalzo, vedi che così va bene», tutto in perfetto italiano, quasi stupefacente.

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L’Italia era una parte di lui, qui aveva iniziato a giocare e qui sarebbe tornato quasi ogni estate, nei luoghi della sua anima, dove il papà aveva fatto mirabilie e dove lui, guardandolo, aveva appreso il verbo dei canestri.
Il mondo si è fermato alle 20,30, e non soltanto Pistoia, Reggio Calabria, Reggio Emilia. Ma anche Pechino, Mumbai e Sydney dove la sua maglietta gialloviola continua a girare per le strade e continuerà, a maggior ragione, a farlo adesso che Kobe, il numero 24, è volato da un’altra parte.

Chi muore così giovane diventa una leggenda: e questa tragica fine ricorda quella di Ayrton Senna, morto contro un muretto di Imola il primo maggio 1994, a soli 34 anni. Dal mito del basket alla leggenda: questo il viaggio di Kobe, il bambino dai capelli a cespuglio e dalle gambe di caucciù.

 

 

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