Il Tirreno

Toscana

Tornano al lavoro e in 120 trovano l’azienda chiusa a loro insaputa

Martina Trivigno

La multinazionale Vibac manda la raccomandata a casa mentre i dipendenti sono in fabbrica. Scatta il presidio 

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Elisa prende dalla mensola della sua cameretta il salvadanaio. «Tieni babbo, questi sono tutti i soldini che ho. Sono per te». Ha solo 9 anni, Elisa (nome di fantasia, gesto reale), ma ha già capito. Ha compreso che quello che sta succedendo non è normale. E che quelle lacrime che il padre, dipendente della Vibac di Vinci, versa ormai ogni giorno, sono il segno di una disfatta. Non per la sua famiglia, ma per la collettività. Perché quando un’azienda chiude, tutti ne escono sconfitti.

vietato l’accesso

per “insicurezza”

Fuori dai cancelli dello stabilimento Vibac di via di Mercatale c’è rabbia. I dipendenti ora lo sanno: non ci sarà un futuro per loro. Perlomeno non lì, nella fabbrica dove, per decenni, è stato prodotto nastro adesivo. Nove mesi fa si parlava di “rinascita”, ora si respira disperazione: 120 persone che, in una settimana, hanno perso ogni certezza. I progetti di vita li dovranno accantonare. Le lettere, inviate il 17 gennaio dalla dirigenza alla guida della multinazionale di Ticineto, nell’alessandrino, proprietaria di Vibac, fugano tutti i dubbi (qualora ne fossero ancora rimasti): tutti fuori dalla fabbrica. «Per ragioni di sicurezza», precisano. La comunicazione non accenna alla crisi. Vieta l’accesso per non meglio precisati “motivi di sicurezza”. La sostanza non cambia. Nessuno ieri mattina può entrare.

una, cento crisi

Ma operai e impiegati non si fermeranno. Resteranno lì, giorno e notte. Anche accampati, se serve. “Quali investimenti se i risultati sono solo licenziamenti?” hanno scritto a lettere cubitali, vergate di rosso, su un lenzuolo immacolato. Qualcuno prende arbusti e li deposita accanto allo striscione. «Qui solo fiori, non opere di bene. A quelle, ormai, non ci crediamo più. No davvero» prova a buttarla a ridere Salvatore Pollasto, uno dei dipendenti dell’azienda. Ma le risate si strozzano in gola. Anche perché sanno che il quadro è drammatico. E la Vibac, nata nel 2011 sulle ceneri della fallita Syrom, storica impresa di nastri adesivi, non è la sola. Sempre a Vinci, c’è pure il caso della Colorobbia Italia che ha annunciato la messa in mobilità di 43 persone nei suoi stabilimenti nell’Empolese Valdelsa.

il dramma in una lettera

I dipendenti della Vibac di Vinci erano fuori dai cancelli, ieri mattina, quando i telefoni cominciano a squillare. Sono i loro familiari: il postino ha suonato alla porta di casa e ha consegnato una raccomandata. Non porta buone notizie. «Nella lettera inviata dall’azienda e datata 17 gennaio – spiega Patrizio Santini della Rsu aziendale – ci viene impedito di entrare anche solo nel piazzale antistante. Per “ragioni di sicurezza”, appunto». I dipendenti si accalcano davanti al cancello chiuso, insistono per entrare. Intervengono pure le forze dell’ordine: carabinieri, Polizia, vigili urbani. Parlano con loro e, alla fine, i piani alti della Vibac acconsentono: i dipendenti possono ritirare gli effetti personali. Poi, però, devono uscire. Le guardie giurate restano nel piazzale a controllarli. Il morale è a terra, ma hanno deciso: non se ne andranno. A quell’azienda hanno dedicato anni della loro vita professionale, e non solo.

avvisaglie e speranze

Certo, dei momenti difficili in passato c’erano già stati. Tanto per dire: nell’aprile dello scorso anno, la Vibac ha terminato un periodo di cassa integrazione. Poi l’annuncio del tanto agognato revamping: un investimento da 2, 8 milioni per valorizzare lo stabilimento di Vinci e migliorare i propri reparti di produzione. Peccato che (a sentire parlare gli operai) questo non sia avvenuto. «Non avevamo neppure più i guanti per trattare i solventi», dice qualcuno, chiedendo di restare anonimo. In soli 9 mesi, poi, la capitolazione: l’annuncio, il 17 gennaio, della procedura di mobilità per i 120 lavoratori della Vibac. Oggi, in azienda, arriverà anche il governatore Enrico Rossi. Ma la situazione è complicata, come raccontano le storie di vita dei dipendenti. «Proprio in questo periodo stavo cercando casa – dice Luca Leone, 36 anni – avevo già avviato le pratiche per il mutuo. Volevo uscire di casa, crearmi una famiglia. E niente, dovrò aspettare ancora». Non la lotta. Quella non si ferma.–

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