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«Le regole sono severe, ma abbiamo poche armi contro le società-predatrici»

Mario Neri
«Le regole sono severe, ma abbiamo poche armi contro le società-predatrici»

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«È il grande problema del nostro sistema. Abbiamo un apparato di regole moderno, che annuncia sanzioni severe, ma poche, pochissime risorse per attuarlo». Insomma, dice Pasqualino Albi, giuslavorista e docente di diritto del lavoro all’università di Pisa, lo Stato agita il bastone, ma con gli imprenditori spregiudicati finisce quasi sempre per usare solo la carota. Non è chiaro se succederà con la Vibac, ma chi si chiede se il management di una azienda in (presunta) crisi possa chiudere i cancelli dello stabilimento da una settimana all’altra come successo a Vinci, dovrà arrendersi alla realtà di un ordinamento giuridico spesso cinico, sulla carta concepito per offrire il massimo di tutela ai lavoratori, nella pratica un dedalo di paletti schivati, aggirati, svicolati. Spesso proprio a causa della fragilità di chi quei paletti dovrebbe farli rispettare. «Secondo la norma sui licenziamenti collettivi, contenuta nella legge 223 del 1991, poi estesa anche alle cessazioni di azienda - spiega Maria Paola Monaco, professoressa di diritto del lavoro all’università di Firenze - ci sono due fasi per la procedura di mobilità: la prima prevede la comunicazione ai sindacati dell’avvio dell’iter che porterà ai licenziamenti accompagnandola ad una richiesta di un incontro per il raggiungimento di un accordo. Questa fase può durare 45 giorni, oltre i quali si passa ad una fase amministrativa di 30 giorni, che prevede l’intervento dell’ispettorato del lavoro. Se neanche in quel caso si raggiunge un accordo, il datore di lavoro può procedere ai licenziamenti, naturalmente nel rispetto del periodo di preavviso». Che però, spiega la prof, può essere aggirato. Perché «l’azienda può pagarlo», cioè trasformare il mancato rispetto del preavviso in indennizzo. Ma se a Vinci non fosse stata attivata correttamente né la prima né la seconda fase? «Allora ci troveremmo di fronte ad una violazione procedurale». Occhio alle parole: «violazione procedurale». Non illecito. Dunque, nessun profilo penale. L’unica sanzione a carico dell’azienda, magari convinta a fuggire da un territorio per delocalizzare la produzione dove è più conveniente, prevederebbe un «risarcimento ai singoli lavoratori - continua Monaco - calcolato sulla base del tipo di contratto. Gli assunti con il Jobs act, quindi col sistema delle tutele crescenti, rientrerebbero in un regime risarcitorio più basso». Ma la Vibac non sembra aver scavalcato le procedure. Ha chiuso lo stabilimento lasciando i 120 operai fuori dai cancelli adducendo motivi di «sicurezza». E così sembra essersi assicurata uno scudo legale oltre ad aver scongiurato l’occupazione dei capannoni e guadagnato tempo. «Sebbene abbia chiuso a una settimana dall’annuncio dell’avvio di procedura di mobilità - spiega Albi -, dal punto di vista formale potrebbe sostenere che i due atti non sono collegati. Starà ai lavoratori promuovere un ricorso davanti al giudice per stabilire se le motivazioni addotte siano veritiere o meno». Non una cosa da poco, perché non si scrive un ricorso su due piedi e «comunque è sempre molto complicato - dice Monaco - dimostrare che una sospensione della produzione dettata da ragioni di sicurezza è illegittima». Nel frattempo, le lancette scorrono, aumenta la tensione e si affievoliscono le speranze di raggiungere un accordo, lasciando sul tavolo dei negoziati la Naspi come unico cuscinetto sociale. E se si riuscisse a dimostrare che la sospensione è illegittima? «Il lavoratori avrebbero diritto al versamento dello stipendio ma non potrebbero impedire il licenziamento». Quasi una beffa, che solleva l’annoso interrogativo sull’efficacia dell’ordinamento. È abbastanza solido per tutelare i lavoratori dalle logiche della globalizzazione? Su questo gli esperti di dividono. «Non ci sono Paesi più attrezzati di noi», dice Monaco, che ricorda come «l’articolo 41 della Costituzione stabilisca il principio della libera iniziativa economica». Semmai, il Paese dovrebbe riformare e migliorare il sistema con cui incrociare «domanda e offerta». Perché - è convinta - «nessuno si preoccuperebbe dei licenziamenti se fra 10 giorni questi operai venissero reimpiegati come succede in America, dove le politiche attive per il lavoro funzionano. Noi invece abbiamo varato la riforma Renzi senza mai potenziare i Centri per l’impiego». Insomma, basterebbe solo costruire una rete per ripararsi dagli schiaffi che ogni tanto rifila la mano invisibile del mercato. Per Albi, invece, qualche schiaffo dovrebbe poterlo rifilare pure lo Stato: «È la grande questione dell’effettività dei diritti. Abbiamo un apparato sanzionatorio rigido, ma non le risorse per farlo rispettare, non ispettori per fare controlli sulla sicurezza, per verificare che siano osservate le regole procedurali durante le crisi, gli obblighi previdenziali. Si chiama flatus vocis, fai la voce grossa ma dopo diventa subito un fischio sottile». Le regole hanno un nome ma nessun valore oggettivo. —

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