Il Tirreno

Toscana

Le firme del lusso rivoluzionano le filiere del cuoio e della pelle: chi sono i big in Toscana

Ilenia Reali
Le firme del lusso rivoluzionano le filiere del cuoio e della pelle: chi sono i big in Toscana

Moda: esportazioni e numero di addetti in crescita libera, nuove acquisizioni di aziende. I grandi brand si allargano a macchia d’olio e guardano verso la Valdinievole e la Lucchesia

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«Siamo diventati le vostre api operaie, voi siete le api regine»: Bruno Tommassini, stilista, presidente di Cna Federmoda Toscana e consulente del sindaco di Firenze Dario Nardella racconta di aver buttato lì questa frase a Francois-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato di Kering (Gucci, Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen, Bottega Veneta, Boucheron, Brioni, Pomellato...) durante la consegna del Fiorino d’oro a Firenze, massima onoreficenza della città. «Ed io sono follemente innamorato del miele delle api operaie», avrebbe risposto il magnate che in Toscana ha spostato la produzione della pelletteria delle sue aziende gioiello, ha acquistato Richard Ginori e dà lavoro – solo contando i dipendenti – a un numero di persone pari a quello di una città media.

Da lui dipendono non poco i conti della nostra regione: come già accade per Nuovo Pignone, se Gucci cambia la strategia della logistica e sceglie di puntare su Firenze – come sembra stia accadendo – l’export si impenna. Un’avanzata quella di Pinault e colleghi – Givenchy, Lvmh (solo per citare i colossi stranieri) – così inarrestabile da trasformare l’indotto del conciario, della pelletteria e del calzaturiero: oggi in particolare lungo l’asse dell’Arno, presto e in modo strutturale a macchia d’olio in altri territori della Toscana, sull’asse della Firenze-Mare, in Valdinievole e in Lucchesia. E probabilmente anche sull’Amiata dove c’è già un insediamente e Mita, la scuola post diploma di Scandicci di pelletteria, ha aperto una “filiale”.

UN PO’ DI NUMERI

Nel 2017 il peso della moda nell’export della Toscana ha toccato il 39,1%, quasi il doppio rispetto al Veneto (20,1%), quattro volte quello della Lombardia (11,9%). Tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature costituiscono in termini di valore aggiunto il 5,2% dell’economia regionale e il 29,5% della sua componente manifatturiera. Il peso del sistema moda toscano su quello nazionale in termini di valore aggiunto è del 22,1% (Lombardia 23%, Veneto 16,3%). In termini di addetti la Toscana ha il peso maggiore in Italia con il 22,8% (Lombardia 19,7%, Veneto 15,5%). L’incidenza degli addetti dei settori cuoio e pelletteria in Toscana tocca il 46,3% (Lombardia 9,6%, Veneto 21,5%). Anche in termini di distretti industriali è evidente l’importanza della moda per la Toscana: su 15 totali, 10 sono specializzati nel comparto (in Lombardia 8 su 29, in Veneto 8 su 28).

IL PESO DEI BRAND

Il sistema trae buona parte dei ricavi dalle vendite all’estero, il 47% della produzione regionale è destinata all’export (53,7% Lombardia, 50,7% Veneto). È dall’analisi negli degli ultimi anni che si intuisce il peso dei brand: le esportazioni sono cresciute a un tasso debole nel periodo 2000-2007 (18,5%) rispetto alle altre due regioni (36,9% Lombardia, 34,2% Veneto) mentre nel periodo 2007-2017 (quello dell’insediamento massiccio dei grandi gruppi internazionali del lusso) l’export toscano è cresciuto più rapidamente (27,8%) rispetto a Lombardia (18,5%) e Veneto (22,2%). In Italia nel 2016 la moda occupava quasi 500mila addetti, il 13,2% dell’intero settore manifatturiero.

UN SETTORE DIFFUSO

A raccontare una Toscana a due velocità è anche la collocazione dei distretti della moda. Parla da sola senza bisogno di commenti la mappa elaborata dall’Irpet che racconta come i distretti siano tutti nella parte centrale della regione, da Empoli a Sansepolcro fino a Prato per quando riguarda il tessile e l’abbigliamento, a Montecatini Terme, Borgo San Lorenzo, Castelfiorentino, San Miniato e Piancastagnaio per la pelle e il cuoio con Arezzo e la gioielleria. «Andando poi ad analizzare l’attivazione del comparto su altri territori – spiega Stefano Casini Benvenuti, direttore dell’Irpet introducendo lo studio sulla moda a un convegno organizzato nei giorni scorsi dalla Regione a Palazzo Strozzi Sacrati – si vede come indirettamente si attivino le zone confinanti per il valore aggiunto che rimane in Toscana. Una partita complessiva da cui emerge un grande assente: la costa che non ne beneficia minimamente».

Un tema non secondario. I grandi brand internazionali hanno trasferito le loro produzioni nel cuore della Toscana perché hanno trovato risorse umane altamente specializzate, oltre a servizi e capacità di fornitura dei semilavorati. Se alla domanda, al momento continua, di personale specializzato e servizi non si trovasse risposta il rischio sarebbe quello di veder venire a mancare i fattori strategici. «Si tratta di un settore connesso con la Toscana – ha spiegato Casini Benvenuti – ma per mantenere la competitività delle imprese è necessario intervenire sulle dotazioni infrastrutturali». Interventi mirati, strutturali e di formazione, di fatto potrebbero includere in questa rivoluzione della produzione del lusso a livello mondiale anche la costa e le aree non tradizionalmente vocate, come sta avvenendo per l’Amiata dove da un nucleo di pelletteria (Prada) sta provando a potenziare lì la formazione.

IL CAPITALE UMANO

Del resto, qual è la maggiore difficoltà che i grandi brand del lusso hanno oggi? La risposta è immediata: trovare personale formato.

«I gruppi della moda hanno investito e cercano nuovi spazi in Toscana - spiega Filippo Giabbani responsabile di Invest in Tuscany, il dipartimento che si occupa dei grossi investimenti per la Regione - per la manodopera, per la capacità di trovare qui un prodotto artigianale. Quello che è stato finora il punto di forza può trasformarsi in un punto di debolezza se non si interviene con forza nella formazione e nel ricambio generazionale. Quando mi chiedono nuovi spazi per insediarsi o allargarsi le domande principali riguardano proprio le competenze disponibili nell’area e se c’è un bacino di disoccupazione da cui attingere».

Eccoci. Questa è la leva per contagiare altre zone con l’espansione del mondo della moda. «Scandicci è praticamente satura - continua Giabbani - ma la disponibilità a localizzazioni diverse c’è. I brand chiedono Toscana, non Firenze. Attualmente le zone di espansione individuate sono le aree di Segromigno, Capannori, Fucecchio. Sono aree dove ci sono delle competenze legate alla moda, il calzaturiero, e che potrebbero essere riconvertite».

Anche Fabrizio Masoni dell’omonima conceria (in società con Lvmh-Louis Vuitton) non ha dubbi sul futuro. «Finché saremo a stretto contatto con i grandi gruppi del lusso il lavoro ci sarà. Le grandi aziende arrivate nel Fiorentino producono su richiesta dei loro uffici stile che sono stimolati e orgogliosi di poter collaborare con i fornitori toscani a cui è riconosciuta un’enorme competenza. Stiamo vivendo una grande chance che dovremo sfruttare formando nuovo personale».

Nuovi insediamenti o, più facilmente, potenziamenti di chi c’è già sono quindi prevedibili. Altre concerie nel giro di poche settimane accoglieranno con probabilità nelle loro compagine i colossi della moda. «I brand – conferma Giabbani – ci sono praticamente tutti e hanno la volontà di potenziarsi qui. Credo che un ulteriore passaggio sarà l’arrivo di aziende dell’area asiatica. Esistono brand coreani e cinesi che noi non conosciamo ma che là hanno già abbondanza di consumatori e che potrebbero essere interessati al mercato europeo».

Il CAPITOLO CINA

La questione Cina non fa il paio con cinesi di Prato. Ma le tendenze mondiali influenzeranno sicuramente l’assetto del lusso, coinvolgendo le aziende, oggi di pronto moda. L’arrivo di grandi gruppi asiatici (quelli a cui faceva riferimento Giabbani)attiveranno collaborazioni con l’indotto esistente ma anche con le aziende dell’abbigliamento delle aree industriali di Prato a conduzione cinese. A partire da quella “pattuglia” che sta alzando la qualità del proprio lavoro e che a oggi già collabora – tramite intermediari – con le grandi firme. La sfida da non perdere oggi è quella di separare illegalità e legalità per favorire un’integrazione economica ineludibile e cogliere l’occasione di un nuovo sviluppo per l’area tessile.

FUORI DAL CORO

«Questo polo della moda tra 10-15 anni sarà in mano ai cinesi». Parte da questo scenario il vulcanico imprenditore Riccardo Bruni per fare una fotografia di quanto accade nel grande distretto della moda toscana. Bruni, stilista con un imprinting fortemente creativo è il titolare di Lyria tra i lanifici pratesi che più frequenta e lavora con il mondo del lusso. Atipico per il distretto tessile tanta da essere stato considerato per anni quasi un corpo estraneo, non è tipo da tenersi per sé il proprio pensiero.

«I grandi marchi non sono qui per beneficenza ma perché sono interessati alle nostre competenze. Per quanto diamo loro dovrebbero pagarci il doppio, a prescindere, e sedere con noi a un tavolo per ripartire in modo più solidale la redditività. Per quel che mi riguarda sono felice di lavorare per loro ma ognuno a casa sua, senza collaborazioni o partecipazioni».

«Non sono loro a farmi paura – conclude – ma i cinesi. Loro sì che sono più bravi e organizzati di noi e quando arriveranno con i loro grossi gruppi della moda fagociteranno i gruppi del lusso e noi dietro».

E IL TESSILE?

Al di là delle eccezioni e delle collaborazioni tradizionali “ordine-cliente”, Prato è fuori dal maxi distretto che si è formato e cerca nuovi sbocchi. Dopo il crollo del settore con la crisi cominciata nel 2008 la città tessile non ha saputo ripartire dal rapporto con il lusso ormai vicino di casa. Prato-Scandicci sono 21 chilometri ma sembrano lontani anni luce. E quei brand che qui fanno la pelletteria producono non solo accessori ma anche abbigliamento.

«È verissimo che a livello di partnership con le grandi firme siamo rimasti indietro», conferma Francesco Marini, vice presidente di Confindustria Toscana Nord e socio delle aziende tessili di famiglia.

«Ma seppur in un rapporto più tradizionale – aggiunge – anche nel rapporto con noi le cose stanno cambiando. Un esempio: nelle scorse settimane un’azienda americana è venuta nella nostra azienda con 15 persone per fare un video e raccontare come nasce il loro prodotto, nel nostro caso la stoffa. Hanno raccontato in modo dettagliato chi siamo e come produciamo. È il sintomo, sempre più frequente, di un grande interesse anche per gli abiti alla filiera tessile. Per i gruppi del lusso stringere rapporti con il tessile sarebbe stato molto più complesso rispetto alla concia e alla pelletteria: per avere stoffe proprie dovrebbero acquistare filiera intere e non solo un’azienda. E anche facendolo non avrebbero tutti i tipi di stoffe che a loro servono come le sete che acquistano, molto, a Como».

Un treno che Prato ha perso e continua a perdere.

Non ultima la chance che poteva essere offerta dal centro analisi BuzziLab punto di riferimento per il sistema a livello italiano nonché centro di ricerca e formazione.

«Credo - sostiene Moreno Vignolini, pratese e presidente di Federmoda di Confartigianato - che siamo stati ottusi nel perdere quest’occasione e ora dovremo puntare per accorciare le distanze sfruttando meglio il tema della sostenibilità.

È vero che costa ma noi abbiamo esempi virtuosi di stoffe rigenerate. Le nostre aziende sono eccellenti da questo punto di vista e dovremo investire per far capire cosa c’è dietro. Offriamo un’economia circolare: è un messaggio dirompente e una risposta a quanto ora cercano i brand del lusso».

NON TUTTO È ORO

Fare attenzione alle politiche future è l’invito di Andrea Di Benedetto, presidente Cna Toscana e del Polo Tecnologico di Navacchio che cerca di guardare oltre il domani. «Una filiera pensata come anni fa – dice nel suo intervento a Palazzo Strozzi Sacrati – non regge più. Dobbiamo chiederci se vogliamo essere una subfornitura specialistica che cresce di pari passo alle griffe, magari anticipandole, o una subfornitura alla Bangladesh che interessa solo per il prezzo.

Senza previsione sapete come andrà a finire? Perderemo il nostro saper fare con le evidenti conseguenze. Abbiamo l’opportunità di trasformare le nostre filiere: alla Regione dobbiamo chiedere un grande progetto e risorse per la formazione».

Perché per dirla con le parole di Antonella Mansi, presidente del Centro per la moda: «macché passati di moda, i distretti sono e saranno centrali anche in futuro ma non possiamo permetterci di adagiarsi».

«Serve - parole di Stefano Ciuoffo, assessore regionale alle attività produttive che proprio di prospettiva della moda ha voluto parlare organizzato in convegno di Palazzo Strozzi Sacrati - un processo di innovazione mirato al sistema di produzione nel settore della moda: se uniamo la manualità e la nostra capacità di essere creativi all’innovazione tecnologica nell’ottimizzazione dei processi produttivi, forse non ce n’è per nessuno. E saremo ancora noi i protagonisti di questa eccellenza”.

La sfida della moda in Toscana comincia adesso.

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