Gioco
Quei giovani insegnanti che cambiarono la scuola negli anni Settanta partendo dai paesi
Dedico quest’articolo a Sergio Viti, maestro in pensione dalle parti delle Apuane. Ha scritto un libro che si intitola Storie di aula e di cava. Tra scuola e società negli anni ’70 (Manifestolibri, Roma 2019)). Merita di essere letto quanto meno da tutti coloro che oggi sono faticosamente impegnati in una scuola piuttosto smarrita tra i corridoi dei supermercati e le retroluci degli smartphone.
È difficile collocare questo scritto. Come osserva Romano Luperini nella prefazione, è un po’ un insieme di molte cose: microstoria e macrostoria si intrecciano fra loro, ma si intrecciano anche con la narrazione, il racconto di una generazione di giovani insegnanti, donne e uomini, che a partire dal ’68 e sotto l’influsso di eventi a tutti noti, non nelle aule universitarie e nemmeno nei licei delle grandi città, ma nelle piccole scuole fra le montagne, tra Sant’Anna di Stazzema e Pruno, cominciarono combattivamente a cambiare i metodi di insegnamento. È la storia della scuola degli anni ’70, decennio oggi dimenticato o ricordato quasi solo per il terrorismo e la crisi energetica. Ma non fu solo questo. Fu un decennio che cambiò il volto della scuola e della società. Divorzio, aborto, stato di famiglia, chiusura dei manicomi, abolizione delle scuole speciali e differenziali, movimento delle donne, nascita di Medicina Democratica con Giulio Maccacaro e di Psichiatria Democratica con Franco Basaglia, insorgere dei movimenti nelle caserme al tempo della leva obbligatoria, rinnovamento del ruolo sociale di insegnanti, medici, psichiatri, e così via.
Il tutto è visto da quell’angolo di terra tra i monti ma non lontano dal mare dove operavano con i maestri come Sergio Viti, le “maestrine” e i cavatori della zona del marmo. Chi sono le “maestrine”? Ecco cosa scrive Sergio: «Coloro che si impegnarono a fondo per mutare lo stato della realtà scolastica esistente furono in primo luogo tante maestrine, espressione oscillante fra paternalismo e maschilismo che ancora oggi in tanti usano per etichettare le insegnanti elementari. Molte di loro avevano frequentato solo i quattro anni del famigerato Istituto Magistrale, non erano mai entrate in un’aula universitaria… Ciononostante avvertirono lo spirito del tempo e si immersero nel fiume impetuoso che travolgeva gli argini vanamente puntellati dai custodi di una scuola che non rispondeva più alla cultura e alla sensibilità umana nuove che si andavano affermando». Un giorno a Lido di Camaiore, a un convegno, non potendone più di noiose relazioni tecniche pronunciate dai superiori gerarchici, cominciarono a contestare i relatori. Aria di liberazione, di voglia di fare, cambiamento. Questo è solo un esempio di “altre storie” che Sergio racconta, con dolcezza e serenità, Nel libro vi sono delle bellissime favole che narrano di matti, di maiali, di Marco Cavallo, delle tante caverne platoniche che mescolano le sue esperienze infantili, i miti, i sogni di libertà e di liberazione individuale e sociale legati alla sua terra ma anche vicini al mondo.
A Viti devo l’esperienza che ho fatto di filosofia con i bambini. Cominciai, su sua insistenza, con la sua classe di quinta elementare. Insieme abbiamo pubblicato i dialoghi di questi incontri in Le domande sono ciliegie e Per mari aperti. Luca Mori ha potentemente arricchito la sua esperienza negli incontri con le elementari, viaggiando in Italia, da Mazara del Vallo a Pisa, da Scampìa a Zingonia (Utopie di bambini. Ets, 2017). E oggi alla Fondazione San Carlo di Modena questa particolare accezione di filosofia con i bambini occupa uno spazio ormai tradizionale. Ma tutto partì dal maestro Sergio Viti.
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