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come cambia il sussidio 

Reddito di cittadinanza, le nuove regole: 10.500 toscani dovranno lavorare gratis

Mario Neri
Reddito di cittadinanza, le nuove regole: 10.500 toscani dovranno lavorare gratis

Un decreto appena entrato in vigore obbliga i percettori dell’assegno a lavorare dalle 8 alle 16 ore a settimana per i Comuni. Nell'articolo la tabella con le cifre provincia per provincia

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LIVORNO. A lavorare, ma gratis. Come giardiniere o volontario, magari con un tagliaerba in mano in una delle aiuole del Comune, in una biblioteca o come autista o accompagnatore. Ma guai a chi si gode l’assegno in panciolle sul divano, magari in attesa della chiamata dei navigator. D’ora in poi i beneficiari di Reddito di cittadinanza dovranno svolgere lavori e lavoretti per la città in cui risiedono, almeno finché non avranno trovato e accettato un lavoro. E occhio, non è un’opportunità ma un obbligo. Che in Toscana potrebbe coinvolgere più di 10mila persone. E chi si rifiuta perde l’assegno.

Lo stabilisce un decreto varato ad ottobre dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e pubblicato in Gazzetta ufficiale l’8 gennaio. Il provvedimento introduce l’obbligo per i beneficiari di reddito di dedicare dalle 8 alle 16 ore settimanali ai cosiddetti Puc, i Progetti utili alla comunità. Ancora non è chiarissimo cosa siano, ma dovrebbero essere attività da svolgere gratis nel Comune in cui il beneficiario del reddito risiede, e non dovranno incrociare mansioni per lavori o opere pubbliche in sostituzione di personale dipendente dall’ente pubblico (o dell’ente gestore nel caso di servizi esternalizzati). Saranno gli stessi Comuni (o le associazioni di volontariato) a stabilire i progetti in cui i titolari di assegno dovranno fornire un supporto: si va dalla cura del verde pubblico ad attività di carattere culturale e sociale. Un aggiustamento di rotta voluto dal partito di Luigi Di Maio per fugare le accuse sempre più forti per una misura assistenzialista che no, non sta abolendo la povertà, dato che in Italia, a inizio dicembre, appena 50 mila dei 700 mila percettori avevano firmato il patto per il lavoro, cioè la vera fase 2, quella in cui i titolari di reddito dovrebbero essere accompagnati da navigator e Centri per l’impiego nella ricerca di un lavoro.



Non è chiaro quanti siano in Toscana i beneficiari ad aver firmato il patto, ma si sa che sono 31.631 i titolari del reddito e percepiscono un assegno medio di 460,56 euro (vedi la grafica con i dati provincia per provincia). Secondo le stime Inps e quelle del ministero del Lavoro, però, solo un terzo di essi potrà essere coinvolto nei Puc, dunque in regione saranno circa 10.500 le persone a non potersi tirare indietro. Sono esentate dalle attività obbligatorie alcune categorie: gli occupati con reddito da lavoro dipendente superiore a 8.145 euro o autonomo superiore a 4.800 euro; gli studenti; i beneficiari della pensione di cittadinanza; gli over 65; i disabili e chi in famiglia ha carichi di cura verso bambini , disabili, anziani o malati.

Non un caso che la nuova regola - dopo quella che impone ai percettori a ripresentare l’Isee entro il 31 gennaio per poter continuare a ricevere il sussidio - sia diventata legge senza troppo battage mediatico. Per ora la mossa sembra voler arginare un flop. Perfino Pasquale Tridico, che a dicembre era incappato nella fake di Stato, giurando che il cavallo di battaglia grillino se non aveva abolito la povertà l’aveva certo ridotta del 60% (in realtà, si è scoperto, di appena l’8%), due giorni fa ha dovuto ammetterlo: «Il reddito di cittadinanza - ha detto il presidente dell’Inps - e così il decreto dignità, non creano lavoro in senso letterale, aiutano ad allocare il lavoro sul mercato attraverso l’incrocio tra domanda e offerta, come qualsiasi altra politica attiva. Per creare lavoro servono investimenti».

E se in Toscana, dicono dalla Regione, quasi tutti i beneficiari hanno avuto almeno un colloquio con uno dei 152 navigator, sono ancora pochi ad aver trovato un posto. I Puc, così, sembrano servire da cuscinetto, allontanano l’impressione di una misura che sostiene nullafacenti o furbetti, dato che in origine la prima convocazione presso i Centri per l’impiego sarebbe dovuta avvenire entro 30 giorni dal riconoscimento del reddito.

Non solo. L’operazione Puc è demandata ai Comuni. E ognuno sta cercando di organizzarsi come può. «I Puc sono una occasione di inclusione sia per i beneficiari che per la collettività – dice il vicesindaco di Capannori, Matteo Francesconi - visto che devono essere disegnati sulle competenze dei titolari di reddito, ma sono un’opportunità anche per la collettività, perché dovranno essere individuati a partire dai bisogni della comunità».

Ma se nella Piana lucchese Capannori farà da capofila, in altri Comuni i Puc rischiano di trasformarsi in un nuovo flop. I tempi sono un’incognita. Per coinvolgere i beneficiari, i Comuni dovranno chiedere all’Inps di poter accedere ai suoi database. E i lavoratori dovranno essere assicurati attingendo a un fondo ministeriale di cui non c’è ancora traccia. «Per questo - dice il sindaco di Pisa Michele Conti - l’idea può funzionare, noi pensiamo di coglierla, ma è ancora tutta da costruire».
 

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