Attenzione
Salvare un bambino
Oggi, domenica 12 gennaio, al Tirreno verrà a trovarci un bambino. Ha quasi otto anni. Prima di Natale ha vissuto un grande pericolo, finendo dentro un fiume, in Valdinievole, dopo uno scivolone con la sua bici. L’ha salvato il babbo, che pure non sa nuotare; ma in certi casi diventi un supereroe. Tanti hanno aiutato, quel giorno: sembra una favola. C’è una vita che si ferma.
C’è una fune da tirare dall’acqua all’argine, per portare fuori padre e figlio. Ci sono soccorritori, medici, piloti di elicottero. C’è un massaggio cardiaco su un piccolo torace, c’è un volo a Careggi, ci sono i monitor di rianimazione, un battito che ricomincia, due occhi che si riaprono. E c’è un desiderio. Il bambino sta bene e ha detto che gli piacerebbe tanto vedere il nostro giornale, con il babbo e la mamma. Così, oggi lo accoglieremo, emozionati. E proveremo il solito imbarazzo che gli adulti vivono quando si rapportano con il mondo dei piccoli, una terra che un tempo è stata anche la loro, ma che oggi è straniera.
In questi giorni abbiamo letto la storia atroce di un altro bambino: veniva dalla Costa d’Avorio. Il suo corpo è stato trovato nel carrello di un Boeing a Parigi. È morto per il gelo, 50 gradi sotto zero, e per la pressione del volo, insostenibili entrambi. È morto solo. Chissà quali erano i suoi giochi. I suoi sogni. L’hanno chiamato troppe volte “clandestino”, come se la terminologia del diritto internazionale potesse mitigare l’orrore. Esistono le favole ma anche gli incubi; e dobbiamo ricordare che non tutti i bambini vengono salvati. Oggi con quella famiglia celebreremo la vita. Per ringraziare chi la salva. E per condannare chi la ignora.
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