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Il tocco “speciale” salva colon e addome

tommaso silvi
L’equipe del dottor Massimo Campana, in sala operatoria nell’ospedale Villamarina di Piombino e il dottor Campana
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L’equipe del dottor Massimo Campana, in sala operatoria nell’ospedale Villamarina di Piombino e il dottor Campana

Il chirurgo che guida l’equipe dell’ospedale Villamarina richiama centinaia di pazienti ogni anno. Nel 2019 effettuati oltre 900 interventi: «Siamo molto quotati per la chirurgia addominale»

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Oltre 30 anni di esperienza, 3 maestri e i libri sempre aperti sulla scrivania. «In medicina bisogna restare al passo coi tempi, servono studio continuo e tanta voglia di imparare». Massimo Campana ha 63 anni, è il responsabile del reparto di chirurgia dell’ospedale di Piombino: nell’ultimo anno ha realizzato «circa 920 interventi di chirurgia generale. Un numero che racchiude sacrifici e amore per la professione. Un traguardo importante, raggiunto con la mia squadra, di cui vado fiero».

920 interventi in un anno sono tantissimi. Quasi 3 al giorno. Quale eccellenza attira così tanti pazienti a Piombino?

«Non mi piace parlare di eccellenza. Diciamo che siamo particolarmente bravi nel campo della chirurgia addominale e laparoscopica. Riusciamo a intervenire sul paziente garantendo la minima invasività al paziente. Per questo, nonostante quello di Piombino non sia un ospedale grandissimo, abbiamo numeri importanti per ciò che riguarda questo tipo di operazioni, comprese quelle al colon. Ed è una grandissima soddisfazione».

Come nasce la sua esperienza nel campo della chirurgia?

«Sono nato e cresciuto a Livorno e mi sono laureato a Pisa, dove mi sono pure specializzato in chirurgia generale. Durante la mia carriera ho deciso di concentrarmi sulla chirurgia dell’apparato digerente e sull’endoscopia digestiva».

Dopo gli studi è iniziato il lavoro, contando sugli insegnamenti di grandi professionisti .

«Gran parte della mia esperienza, almeno nella prima fase della mia carriera, l’ho maturata a Livorno, dove ho potuto seguire da vicino il lavoro di tre maestri: Italo Bacchini, Sergio Degli Albizi e Maurizio Viti. Con loro sono entrato dentro alla professione, assorbendone gli aspetti tecnici, ma anche quelli etici. Sono stato fortunato».

Nel 2011 si è presentata la possibilità di diventare direttore del reparto di chirurgia a Piombino.

«Sì e l’ho colta al volo. Per me è stata una grande sfida professionale, un passo importante per misurare le mie capacità e mettermi alla prova. In questo mestiere l’ambizione è fondamentale, bisogna sempre cercare di migliorarsi e non bisogna avere paura di assumersi responsabilità. I complimenti e gli attestati di stima dei pazienti sono la mia benzina, perché fare il medico è difficile e stancante, ma la soddisfazione ripaga ogni sforzo».

Quale ritiene sia stata la più grande innovazione degli ultimi anni nel campo della chirurgia?

«Senza dubbio la laparoscopia, una tecnica chirurgica mini-invasiva, impiegata per osservare direttamente gli organi all'interno dell'addome inserendo strumenti chirurgici miniaturizzati attraverso piccole incisioni nell'addome. Ha rappresentato un passo importante nella direzione di una chirurgia sempre meno invasiva, che garantisce una degenza rapida e non eccessivamente dolorosa ai pazienti. Basti pensare che fino ad alcuni anni fa un intervento di colecisti richiedeva 7 giorni di degenza: oggi in 1 giorno e mezzo il paziente può tornare a casa. Velocizzare i tempi della chirurgia fa contenti tutti, i pazienti e le strutture ospedaliere».

Se la sanità toscana fosse un paziente, che tipo di paziente sarebbe?

«Un paziente con buoni parametri, ma da tenere costantemente sotto osservazione. C’è necessità di una programmazione a lungo termine, strategie valide anche su lunghi periodi. Credo che la Toscana abbia un sistema sanitario tra i migliori in assoluto a livello nazionale. Diciamo che siamo un’isola felice, con Emilia Romagna e Veneto. Ma non c’è tempo per guardarsi allo specchio e farsi i complimenti, serve un lavoro continuo e strutturato per migliorare la nostra rete di supporto ai cittadini».

Carenza di medici. Un tormentone o un problema?

«Un problema serissimo. La mia equipe, per esempio, dovrebbe essere composta da o 8 persone, e invece sono 6. Questo perché si fa grande fatica a trovare medici specializzati, personale pronto per agire, con le adeguate conoscenze».

Da dove nasce questa emergenza, secondo lei?

«Ci sono due cause principali. La prima arriva dal Governo che, mettendo a numero chiuso la facoltà di medicina, riduce il bacino di possibili medici. Quando ero studente gli iscritti al 1° anno erano 1500, oggi circa un terzo. E poi c’è lo sbarramento nelle scuole di specializzazione, che stringe ancora di più il cerchio. L’altra causa, invece, è da addossare alla nuova generazione di aspiranti medici. C’è sempre meno voglia di sacrificarsi, di prendersi responsabilità. Il sacrificio a molti giovani fa paura».

Ricorda ancora il primo intervento?

«Certo: era un’appendicite. Ero molto emozionato, perché lo avevo già visto fare ma non avevo mai pensato al momento in cui sarei diventato protagonista. Il lavoro del chirurgo si sviluppa proprio così: prima si impara guardando gli altri, poi si passa all’azione, tenendo altissima la concentrazione, fino a quando si è abbastanza esperti da poter insegnare agli altri. E quando si arriva a questo punto vuol dire che si è diventati “vecchietti”, proprio come me». —
 

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