Il Tirreno

Toscana

Un albero alla rovescia: è l’ordine che si modifica

Alfonso M. Iacono
Un albero alla rovescia: è l’ordine che si modifica

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A Palermo c’è un albero, a piazza Marina nella villa Garibaldi, tra l’odore vago di salmastro portato da un vento caldo che non sa di guerra e la luce addolcita dal colore di un mare che lì non si vede, ma si sente come se fosse accanto e di fatto lo è. La villa fu progettata dall’architetto Filippo Basile nel 1863, il quale vi piantò un Ficus Magnolia (Ficus microphylla subsp. columnaris).

Dicono che sia l’albero più grande del mondo. Di uguali non se ne trovano a Baghdad, a Teheran, a Washington. Non è tuttavia della sua imponenza che voglio parlare e nemmeno della sua longevità (più di 150 anni, 156 anni a oggi). Voglio parlare del fatto che, in un certo senso, si tratta di un albero che mette in discussione lo stesso concetto di albero, fino a farne quasi un’ironia infinita. Esso infatti possiede dei rami che scendono in terra e diventano radici, o forse, sono le radici che sembrano diventare rami. Anche se un botanico mi dirà con sussiego che i rami sono rami e le radici sono radici, mi piace immaginare che il Ficus Magnolia possieda dei rami che sembrano radici e delle radici che sembrano dei rami. Inoltre, per come si mostra, esso appare non come un albero solo, ma come un insieme di tronchi che fanno un albero. Gli schemi saltano, così come le gerarchie fra i suoi componenti e l’ordine che lo caratterizza. Le radici sono rami, i rami sono radici. Il Ficus va verso l’alto a donare foglie, ma poi scende in basso e si rafforza e si moltiplica. È la vita che si diversifica, cambia i ruoli, modifica l’ordine, ma mantiene l’unità attraverso l’insieme. Lentamente e silenziosamente. In pace.

È l’infinita ironia dell’uno che si fa molti e dei molti che si fanno uno. È il grande dilemma della filosofia di Parmenide e di Platone, del grande matematico e filosofo russo Pavel Florenskij, è il mistero biologico e psicologico del sé. L’albero resta un albero e come tale fa le foglie, eppure è molti alberi, molti rami, molte radici e ciascuno di essi ha da raccontare una sua storia particolare. È l’insieme che mi piace, dove la diversità delle parti non porta alla guerra di tutti contro tutti, non frantuma il tutto, ma anzi lo arricchisce, lo fortifica, lo rafforza. Ciascun membro coopera non perché è costretto, ma perché non potrebbe sviluppare diversamente la propria individualità se non spogliandosi dei propri limiti entro i margini e all’interno di un insieme. Come i bambini che giocano. Come le donne e gli uomini del volontariato. Come gli insegnanti con gli alunni. Come tutto ciò che non affonda nell’individualismo autoreferenziale. Come ogni persona che aspira a diventare altro senza trovarsi solo e, nonostante ogni cosa gli sia avversa, a cominciare dal futuro che non c’è, ci prova. Sono mondi ormai lontani dalla vita che somiglia a un albero comune, di quelli che hanno le radici sottoterra e i rami in alto, secondo un ordine semplice. Ma oggi le radici sono secche e i rami si spezzano, le foglie sono cadute, i fiori appassiti.

Nietzsche fa dire a Zarathustra: “Succede dell’uomo quel che accade all’albero…. Quanto più egli tende all’alto, alla luce, con tanto maggior forza le sue radici tendono verso la terra, in giù, nell’oscurità, nella profondità, nel male”. Ma questo vale per l’albero comune, non per il Ficus Magnolia, il cui senso di profondità non sta nel sottoterra, ma nell’aria, sulla terra, con la luce. È visibile anche se non lo vediamo. La sua profondità sta nella superficie. È la simultaneità di passato e futuro che non cerca la sopravvivenza, ma una vita buona, che non vuole la guerra, ma desidera la pace. Sarebbe bello se crescesse a Baghdad, a Teheran, a Tripoli, a Washington.

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