Il dolore
Fatture false, il giudice: "I Renzi colpevoli senza incertezza"
Nelle motivazioni della sentenza di condanna si sostiene anche che lo studio di fattibilità non fu mai redatto e che la relazione presentata è un documento "creato ad arte", "predisposto frettolosamente e in maniera maldestra"
FIRENZE. Le società di Tiziano Renzi e Laura Bovoli emisero fatture false verso la Tramor, società che gestiva l'outlet della moda The Mall di Reggello, e poi cercarono di giustificarle con un documento creato ad arte e fatto passare come uno studio di fattibilità per l'amplimanento dell'offerta "food" del centro commerciale. Lo sostiene il giudice Fabio Gugliotta, nelle motivazioni della sentenza di condanna a 1 anno e 9 mesi, pena sospesa, pronunciata il 7 ottobre scorso a carico dei genitori del'ex premier nel processo per false fatturazioni celebrato a Firenze. Condannato a 2 anni anche l'amministratore dell'epoca della Tramor, l'imprenditore pugliese Luigi Dagostino. Gli imputati, scrive il giudice, sono colpevoli "senza incertezze", oltre ogni ragionevole dubbio.
"Per quanto emerso dall'istruttoria dibattimentale - si legge nelle motivazioni - risulta sussistere un compendio probatorio preciso e univoco che consente di affermare la ricorrenza di tutti gli elementi costitutivi dei reati contestati ai tre imputati".
Due le fatture finite nel mirino della Guardia di finanza, risalenti al 2015, una per un importo di 20mila euro e l'altra di 140mila euro, relative a studi di fattibilità per cui Tramor aveva incaricato le società Party ed Eventi 6, facenti capo ai genitori dell'ex segretario del Pd.
Per i pm Luca Turco e Christine Von Borries che hanno sostenuto l'accusa nel processo, e che hanno sottolineato l'assenza di documentazione in merito fatta eccezione per una relazione di tre pagine e alcune planimetrie inviate via mail, gli studi commissionati non furono mai eseguiti. Per le difesa invece le consulenze furono regolarmente eseguite. Il giudice, come si legge nelle motivazioni, ha accolto in pieno la tesi dell'accusa.
Per prima cosa, il presunto studio di fattibilità relativo all'ampliamento dell'outlet per il giudice non sarebbe mai stato redatto. La relazione presentata, di tre pagine, sarebbe solo un documento "creato ad arte", composto da "affermazioni di principio banali e del tutto generiche, espressioni tautologiche e prive di un effettivo valore innovativo e creativo", "predisposto frettolosamente e in modo maldestro per dare l'impressione di una effettiva esistenza di uno studio di fattibilità in realtà inesistente".
Al presunto studio di fattibilità, sottolinea ancora il giudice, erano "allegate delle tavole planimetriche evidentemente copiate da un precedente elaborato" predisposto in precedente da un altro studio di consulenza, "senza nemmeno l'accortezza di cancellare la stampigliatura attestante la paternità degli elaborati".
Dagostino, sia nel corso del processo che in un'intercettazione effettuata nel corso delle indagini, aveva detto di essersi sorpreso della cifra che gli era stata chiesta a fronte dello studio di fattibilità che gli era stato consegnato, ma di aver pagato per sudditanza psicologica verso il padre dell'allora premier. Versione che però non ha convinto il giudice, secondo il quale Dagostino aveva "un concreto e specifico interesse non soltanto conseguenza di sudditanza psicologica", interesse che però non è stato possibile stabilire nel corso del processo.
La tesi che le fatture furono emesse per operazioni inesistenti, sostiene sempre il giudice, è confermata anche dal fatto che le società riconducibili ai coniugi Renzi non ricevettero alcuna lettera d'incarico formale per eseguire lo studio di fattibilità.
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