Il Tirreno

Toscana

Ha ucciso il figlio, il racconto choc della ex: «Era come una bomba, i medici lo hanno sottovalutato»

Ilaria Bonuccelli
Ha ucciso il figlio, il racconto choc della ex: «Era come una bomba, i medici lo hanno sottovalutato»

Storia di una tragedia annunciata. Sveva racconta per la prima volta come l’ex compagno ha quasi sterminato la famiglia. Lui è in carcere «ma non è il solo responsabile: è bipolare e non è stato curato. Lo Stato non ha capito che era pericoloso»

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«Gli dicevo sempre: “Cicciottone, tu sei un bimbo fortunato. Quello che il tuo babbo fa con te, con la tua sorellina non l’ha mai fatto”». Sveva si asciuga una lacrima. Le altre le lascia scivolare. Certi dolori non si arginano. Tipo un figlio di un anno pugnalato a morte dal padre. Bipolare. «E curato con i farmaci per i dolori. Lo psichiatra gli ha tolto il litio, gli ha dato il Lyrica. Invece che sedativo su di lui aveva un effetto opposto, eccitante. Aveva addosso una bomba. Infatti la bomba è esplosa».

Sveva si accarezza il braccio sinistro. Alla mano quasi recisa porta un tutore, lo strascico delle coltellate. Il giorno della tragedia, in Toscana, il compagno ha quasi sterminato la famiglia. L’ha dimezzata. Sopravvive la figlia, sopravvive Sveva, che non si chiama così: è un nome scelto per tutelare chi resta. La bambina, soprattutto. Sveva resta invalida, al 67%: troppo poco per avere una pensione. Troppo per tornare al suo lavoro. Ora rientra nelle “categorie protette” perché con le braccia ha cercato di riparare suo figlio dalle coltellate. Ma dopo oltre un anno, è solo inserita in un progetto sperimentale: 400 euro al mese. Ne paga 600 di mutuo. Lo Stato si dimentica di lei. Non si preoccupa neppure di garantire assistenza psicologica alla figlia vittima di violenza. Del resto, è sempre lo Stato - dice Sveva - che non ha protetto la sua famiglia. E che ha “armato” la mano del suo compagno. Lo sostiene davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo: qui chiede che l’Italia venga condannata per non avere impedito la strage. L’Italia le ha ucciso un figlio. Le ha reso fragile la figlia. Quanto è presto per dirlo. Si può intuire, però, dalla lettera che ha scritto a Babbo Natale. I tre desideri della bimba di 8 anni sono: «Caro Babbo Natale, fai sparire le persone cattive dal mondo; caro Babbo Natale fammi rivedere il mio fratellino; caro Babbo Natale, portami quel peluche che mi piace tanto». Fra le persone cattive c’è quel babbo che, però, come papà le manca.

Sveva, lei chi mette fra i cattivi?

«Lo Stato. Che per me sono i medici. I carabinieri no. Hanno sempre tentato di proteggerci. Chi ha sbagliato sono i dottori. Mi fidavo tanto: ora non più. Ci sono state tante avvisaglie della tragedia, non è avvenuta all’improvviso. Ma loro non le hanno comprese».

Che cosa vuol dire che i medici non hanno compreso?

«Io sapevo che il mio compagno era malato. Lui sapeva di essere malato. Ma non lo hanno mai curato in modo efficace. Gli cambiavano in continuazione farmaci, si contraddicevano l’uno con l’altro. Non hanno mai indicato un Tso, un trattamento sanitario obbligatorio quando ne avrebbe avuto bisogno».

Sono affermazioni forti.

«No, sono affermazioni di chi gli stava accanto e lo aiutava a curarsi. I primi episodi di violenza nei miei confronti ci sono stati proprio quando lui non era “coperto” dalla terapia, quando non assumeva i farmaci in modo corretto. Io non avevo problema a seguirlo: ci alzavamo insieme, gli davo le pasticche. Due se erano due; di più se dovevano essere di più. Sono sicura che se fosse stato necessario anche ricoverarlo in una struttura lui ci sarebbe andato. Magari sarebbe stato difficile, ma ci sarebbe andato. Tutta la famiglia lo supportava. La sera perfino la bimba gli portava il sacchettino e gli diceva: “Babbo ecco le medicine”. Ma i medici hanno sottovalutato la sua malattia».

Perché?

«Cito qualche esempio. Fatti accaduti prima della tragedia. Una volta al pronto soccorso, quando ancora non gli davo io la terapia: iniziò a spaccare tutto. Era incontenibile. Mi rivolsi ai medici: “Io non sono un dottore, ma non si può fermare questa persona? È in uno stato evidente di agitazione, siamo in un ospedale”. Io lo potevo denunciare, i carabinieri lo potevano allontanare da casa. Ma solo i medici potevano ricoverarlo. Non lo fecero. Idem pochi mesi prima del dramma. Ero andata in caserma dai carabinieri perché lui era molto agitato. Non volevo tornare a casa. Lui temeva che lo stessi denunciando. Ci venne a cercare: me a la bimba. Non lo fecero entrare. Allora saltò sull’auto di due passanti e ruppe il parabrezza. Neppure in quella circostanza lo ritennero pericoloso».

Poi, però, la violenza nei suoi confronti si fa più feroce. Lei sbaglia una manovra, lui le dà una testata e tira l’auto in un campo.

«Fu drammatico. Ci separammo. Ma a quel punto lui acconsentì a ricoverarsi volontariamente in ospedale. Lo psichiatra dell’Asl che lo seguiva da mesi era in ferie. Venne affidato un’altra dottoressa. Gli dette una cura. Quando il suo medico rientrò contestò la terapia. Gli tolse il litio. Gli dette altri farmaci».

E consigliò anche che tornasse a casa con lei. Perché?

«Perché lui pensava che fosse importante per la terapia. Diceva che la vicinanza con la famiglia era importante per il suo recupero. Spingeva per questa riunione, anche perché non c’erano stati episodi “aggressivi” nel mese e mezzo che era tornato dai suoi genitori».

Quindi lei acconsente.

«Certo. Mi fidavo ciecamente di quel medico: se non ti fidi, come fai a curarti? Non muovevamo un passo senza averlo consultato. Sembrava più un babbo che un medico. Ci abbracciava, ci riceveva sempre, magari anche dieci minuti fra un paziente e l’altro. Mi diceva: “Stai tranquilla”. Ci aveva stregato. Quello che diceva, noi facevamo. Poi, però, all’improvviso sparisce».

Lo psichiatra sparisce?

«Sì. Siamo a giugno 2018. Pochi mesi prima della tragedia. Ci aveva dato appuntamento per il mercoledì successivo. Noi chiamiamo al solito centro per la salute mentale e ci dicono che non c’è più. Ufficialmente pensionato. Entro in affanno. Inizio a cercarlo: messaggi, telefonate. Il mio compagno continua con lui le sedute in forma privata. L’Asl, però, lo abbandona: non gli fornisce un altro medico. Una volta mi presento anche io. Voglio che anche il servizio pubblico segua il mio compagno. Mi rispondono: “Vi richiamiamo, perché ci stiamo riorganizzando”. Non ci hanno mai richiamato. Non lo hanno mai affidato a un altro medico. Lui, un bipolare certificato».

E a settembre 2018 avviene la tragedia.

«Cerco di non pensare a quella sera, anche se ci sarà sempre nella mia testa. Mi sforzo di tenerla lì, da una parte, perché sennò non faccio più niente, non mi alzo la mattina. Anche se c’è stato quel periodo. Ci sono stati tanti periodi. Ci sono state perfino le offese, i commenti tremendi quando andavo al cimitero, dal mio bimbo: “Guarda, ha anche il coraggio di piangere”».

Hanno offeso il suo lutto?

«Non li ho mai ascoltati. È stato peggio con me stessa».

Si è data la colpa di quello che è accaduto?

«Non mi sono mai data la colpa di quello che è accaduto, perché non ho mai sottovalutato la malattia del mio compagno. L’ho sempre sostenuto. Curato. Mai abbandonato, anche quando a volte ho avuto paura. Però, di un fatto di sono sentita colpevole. All’inizio».

Di cosa si è sentita colpevole?

«Di non aver salvato il mio bimbo».

Non avrebbe potuto. Lo sa, vero?

«Oggi lo so. Perché ho sempre davanti gli occhi del mio compagno, quella sera. Io i suoi occhi li conoscevo. Quella sera, invece, lo sguardo era strano. Diverso. Lui non parlava. Era muto. Aveva una forza innaturale, non si fermava. Non ci vedeva. Quando è finito tutto, seduto sul letto, fra i carabinieri il suo volto ha ricominciato ad acquisire i tratti che io conoscevo. Ma il nostro bimbo non c’era più: quel piccolino che quando il babbo arrivava lo riconosceva dal suono dello sportello dell’auto che si chiudeva. E allora gattonava fino alla porta. Fino a quando non lo prendeva in braccio lo seguiva. Gli porgeva le braccia, dal seggiolone, per farsi prendere, a tavola: ogni giorno il babbo finiva di mangiare con il bimbo in braccio».

Eppure, la violenza esplode. Contro di lei, contro il bimbo. Contro vostra figlia.

«Una collisione. Di cui lui dice di non ricordarsi. Io non ci parlo. Ma ho sentito il bisogno di scrivergli, in carcere. E il giorno del compleanno del nostro bimbo il postino ha suonato alla mia porta. Una lettera per me con dentro una lettera sua per nostro figlio. Non ce l’ho fatta a leggerla».

Una prova terribile. Come sollevare il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Perché questa scelta che la costringe a rivivere in continuazione la sofferenza?

«La speranza che quello che è accaduto a me non accada ad altri. Mi aspetto che l’Europa condanni l’Italia, la richiami al suo dovere. Obblighi lo Stato a prendersi cura dei propri cittadini, a capire quando ci sono situazioni di pericolo. Non è questo che dovrebbe fare? Non è questo il compito dei medici? Me lo chiedo sempre davanti alla tomba del mio bimbo quando penso, in inverno, che abbia freddo. O in estate che abbia caldo. O che si senta solo. Che lì dentro abbia paura del buio. Allora corro da lui, perché vorrei portarlo via. Come quella volta che c’è stato il terremoto. O quell’altra volta che c’è stata la tromba d’aria. Vorrei proteggerlo, ancora e ancora». Come lo Stato non ha fatto. Non ha saputo fare. 




 

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