Il dolore
Il presidente del Consiglio che visse due volte
Giusto un anno fa l’avvocato del popolo Giuseppe Conte festeggiava con Salvini e Di Maio la “manovra di svolta” voluta dal “governo del cambiamento”. Addirittura pronosticava un “anno bellissimo”. Poi, come si sa, le cose sono andate diversamente: la svolta non c’è stata, tutt’altro, e l’anno non è stato bellissimo, anzi. Oggi però il premier è di nuovo premier, ha varato un’altra finanziaria e si ritrova attaccato da uno, il suo ex alleato Salvini e punzecchiato dall’altro, che è rimasto suo alleato, sì, ma non proprio sincero sostenitore.
Il 2020, insomma, si annuncia turbolento, comunque decisivo. Nei giorni scorsi, grazie all’assist di Zingaretti che lo ha eletto a premier per l’oggi e per il domani e indicato come «punto di riferimento fortissimo di tutte le forze progressiste», Conte è riuscito a mettere la sordina alle polemiche sul suo disinvolto cambio di cavallo. Ma si è allontanato sempre più dai 5S che pure lo hanno mandato due volte a Palazzo Chigi sperando che diventasse il loro volto responsabile. Il bipremier sembra invece voler giocare in proprio, magari con una lista del presidente da far esordire alle prossime elezioni. Prima, però, deve fare i conti con la crisi del M5S che, in forza della consistenza parlamentare, è azionista di riferimento del patto giallorosa.
I rapporti con Di Maio non sono idilliaci e per Conte ricucire è d’obbligo. Gli appuntamenti prossimi, poi, rischiano di diventare altrettante mine: il 12 gennaio si conclude la raccolta delle firme per il referendum abrogativo sul taglio dei parlamentari, da molti visto come scorciatoia per andare al voto con il vecchio sistema elettorale; il 20 gennaio il Senato si pronuncia per l’autorizzazione a procedere contro Salvini per la nave Gregoretti, sul quale si è consumata la definitiva rottura Di Maio-Lega (ma tutti i 5S la pensano allo stesso modo?) ; il 26 infine si vota in Emilia, vero banco di prova per tutti: il Pd misurerà la possibilità di arginare Salvini; i 5S verificheranno la loro consistenza effettiva dopo le contestazioni al capo e la continua diaspora.
Diaspora che non sembra finita, come il caso Fioramonti conferma. In queste ore si sprecano gli apprezzamenti per la sua coerenza, ma aver minacciato le dimissioni solo un minuto dopo aver ricevuto l’incarico di ministro dà alla vicenda un sapore molto più politico. C’è chi sospetta sia pronto ora a guidare un drappello di dissidenti anti Di Maio, ma a sostegno del governo: una plateale rottura prefigurerebbe la nascita di un manipolo di responsabili anticrisi. Operazione che certo non si improvvisa.
Una boccata d’ossigeno per il premier che però non risolve il problema di fondo, ché è tutto in casa M5S: continueranno nella strategia del né di qua né di là, o ascolteranno il suggerimento di Grillo di un’alleanza strutturata con i dem? E quanto costerebbe al Movimento una netta scelta di campo? C’è grande confusione sotto il cielo, ma a differenza di Mao, non c’è da rallegrarsene. —
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