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Toscana in crisi, in 10 anni poveri raddoppiati e più disoccupati

di Samuele Bartolini
Stefano Casini Benvenuti, direttore dell'Irpet
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Stefano Casini Benvenuti, direttore dell'Irpet

L’Irpet segnala l’emergenza demografica: «Fate figli. E comunque servono più immigrati per pagare le pensioni future»

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La Toscana si affaccia al 2020 e al terzo decennio del XXI secolo piena di acciacchi ed è più povera: lo dice l’Irpet, l’istituto di studi economici della Regione. Nel decennio 2008-2018 i poveri in senso assoluto sono passati da 62mila a 117mila unità. Anche i disoccupati sono cresciuti, passando da 83mila a 122mila unità. E il tasso di disoccupazione è salito, dal 5 al 7,3 per cento, così come il tasso di disoccupazione giovanile (dal 14,6 al 22,9 per cento). Peraltro la Toscana invecchia sempre di più: nel 2030 ci saranno 55mila ultra75enni in più e 55mila under19 in meno. Se nel dopoguerra c'era un giovane ogni tre anziani, nel 2051 ci saranno tre anziani ogni giovane. E il futuro a breve è a rischio tensioni sociali.

Ma a fronte di una situazione economica e sociale peggiorata, la Toscana riesce a “tenere botta”. «Insieme a Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna è tra le regioni italiane che ha meglio risposto alla crisi economica - dice il direttore di Irpet Stefano Casini Benvenuti - Grazie all'export, grazie a un gruppetto di imprese, soprattutto del farmaceutico e della pelletteria, con i prodotti tutti rivolti alle esportazioni che non solo non ha sofferto il periodo di crisi, ma ci ha addirittura guadagnato». Nel decennio 2008-2018 il farmaceutico ha triplicato il volume delle esportazioni, mentre la pelletteria lo ha raddoppiato. Ma sono poche imprese. Tutte le altre, e sono la stragrande maggioranza, non ce l'hanno fatta oppure sono rimaste indietro: si rivolgevano prevalentemente al mercato interno mentre le famiglie toscane diminuivano l'acquisto di case, automobili, lavatrici.

IL GRUPPONE. Il direttore di Irpet si serve di una metafora ciclistica per descrivere i cambiamenti sociali ed economici di questi ultimi dieci anni: «Le imprese del farmaceutico e della pelletteria sono il gruppetto in fuga in una tappa del Giro d'Italia. Sono i ciclisti più in forma, hanno la pedalata più veloce e staccano tutti gli altri, le imprese che non esportano all'estero, di diversi chilometri». Ma così si forma un vuoto lungo la strada, quello tra i ciclisti in fuga e il gruppone rimasto indietro. Quel vuoto è la classe media che non c'è più. Non fa più da ammortizzatore tra le realtà che sono avanti (poche aziende in salute) e quelle che stanno indietro (tante aziende messe male). «E quel vuoto – spiega Casini Benvenuti - rischia di diventare pieno di tensioni sociali. Perché quelli indietro, imprese e lavoratori, non trovano mezzi per riscattarsi, vedono solo nero e alla lunga si deprimono».

MAI UNA CRISI COSì. Stiamo attraversando una crisi lunga e intensa. «Una crisi così non si vedeva dal secondo dopoguerra - dice Casini Benvenuti - ovvero da 70 anni. Alcuni studiosi scomodano addirittura l'Unità d'Italia. E allora sarebbero 160 anni». Di sicuro la crisi economica dell'ultimo decennio è stata impressionante. E ha colpito duro su tre fronti: capitali, lavoro, territorio. Per quanto riguarda il capitale, c'è stato un crollo degli investimenti: a subire di più è stato il settore delle costruzioni. Per quanto riguarda il lavoro, sono aumentate le persone che lo hanno trovato (il 2018 segnala 35mila e 800 teste in più rispetto al 2008), spesso però sono lavori poco qualificati, a orari ridotti, malpagati (nel 2018 le ore lavorate sono 130 milioni in meno rispetto al 2008). «Ciò significa che il lavoro è sempre meno specializzato e sempre più parcellizzato su una platea più ampia di lavoratori. Penso soprattutto ai riders, penso alle badanti», dice Casini Benvenuti. Rimangono un discorso a parte i lavori nelle imprese che vendono all'estero. Quelli sono qualificati e ben pagati. Ma sono pochi. Poi c'è il territorio messo a dura prova dai cambiamenti climatici. Sempre più alluvioni. Sempre più frane. Tutte le montagne dell'Appennino a rischio perché ci sono sempre meno abitanti che le curano. E gli enti locali che arrancano. Gli enti locali che non riescono a far fronte al dissesto idrogeologico perché la crisi ha svuotato le casse e non hanno finanziamenti a sufficienza per fare i lavori.

L’INCOGNITA DAZI. Gli Stati Uniti mettono i dazi. La Cina pure. C'è un ritorno del protezionismo a livello internazionale e pare che durerà anche nei prossimi anni. «Questa situazione danneggia l'economia toscana che ha il suo punto di forza nelle esportazioni e vende soprattutto nei paesi fuori dall'Unione europea» spiega Casini Benvenuti. Ma c'è il risvolto positivo della medaglia. «Usa e Cina sono anche i Paesi che crescono di più. Questo permette loro di assorbire una quantità di prodotti provenienti dalla nostra regione che compensa la politica dei dazi» dice il direttore di Irpet.

SEMPRE PIù VECCHI. L'altro fronte è l'invecchiamento dei toscani. A lungo andare ci sarà un problema di welfare. Chi pagherà le pensioni se i giovani saranno sempre di meno? Vasto programma. E Stefano Casini Benvenuti non ha certo la bacchetta magica. «Da una parte vanno fatti più figli, dall'altra bisogna aumentare il numero degli immigrati. Per quanto riguarda i figli, le coppie devono essere aiutate a farli. Ci vogliono più incentivi alla natalità. E l'unico a poterli dare è lo Stato» dice. Ma anche se partisse ora una politica di incentivi alla natalità, gli effetti si vedrebbero tra venti trent'anni, non subito. «Per quanto riguarda gli immigrati – chiude il direttore di Irpet - ne arrivano 20mila l'anno in Toscana. Sono troppo pochi, dovrebbero aumentare. Così avremmo più lavoratori immigrati e più contributi che permettono di pagare le pensioni alla popolazione toscana più anziana». —
 

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