Il Tirreno

Toscana

LA RIFLESSIONE

Il dipendente pubblico gioca a Sudoku: il veleno sui social e l'altra verità

Francesca Gori
Il dipendente pubblico gioca a Sudoku: il veleno sui social e l'altra verità

La protesta di una cittadina col sindaco di un piccolo comune, la replica del primo cittadino: «La malizia è negli occhi di chi guarda». Perché si fa presto a criticare sui social, ma a volte bisognerebbe prima conoscere come stanno le cose

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«La malizia è negli occhi di chi guarda». Ha bisogno di scriverlo e di ribadirlo, post dopo post, il sindaco di un piccolo centro della Toscana a una sua concittadina, che sulla pagina di Facebook a lui intestata si è sentito chiedere se sia lecito o meno, per un dipendente comunale, giocare a Sudoku durante l’orario di lavoro.

La domanda, riportata in questo modo, resterebbe nell’alveo della semplice curiosità o del semplice bisogno di colmare uno spazio di non sapere: di qualcuno, insomma, che davvero chiede se un dipendente, durante l’orario di lavoro in un ufficio comunale, possa dilettarsi con i giochi d’intelligenza. La risposta sarebbe scontata: no, non si può. Ma è qui che il sindaco rileva la “malizia” che non è soltanto la compiaciuta consapevolezza del male, ma che sottintende la soddisfazione quasi diabolica di aver colto qualcuno in fallo, svergognandolo di fronte alla platea dei social, dove il mi piace regna sovrno.

La persona che aveva davanti un sudoku o sul tavolo dell’ufficio nel quale si trovava è una persona reduce da un grave incidente stradale e che, dopo mesi in coma, è riuscita a risvegliarsi e grazie al contributo di una cooperativa sociale, ad essere inserita in un progetto di riabilitazione nel palazzo comunale.

Sì, aveva il sudoku davanti agli occhi e la penna in mano per riempirlo: i suoi medici le hanno prescritto di tenere la memoria allenata in quel modo. Glielo hanno imposto: ai malati si danno le medicine, in questo caso il farmaco è quella griglia di 9 celle per 9, da riempire con i numeri, seguendo una logica ai più incomprensibile. Un gioco che allena la mente. Il Comune non stava sperperando soldi pubblici per mantenere un impiegato fannullone intento a giocherellare. A una persona rimasta a lungo in bilico tra la vita e la morte, si dà la possibilità di fare i passi necessari per tornare ad assaporare tutto quello che di bello il mondo potrà darle. Il sindaco ha risposto; l’internauta, non contenta, ha voluto controbattere dicendo che in fondo, aveva soltanto fatto una domanda e che non c’era dietro niente. In realtà una domanda del genere tende a screditare. Tende a mettere alla gogna, a esporre agli haters, ad attirare commenti su commenti per far vedere che alcuni sono dalla parte del giusto mentre gli altri, dello sbagliato. La curva di uno stadio, le diverse tifoserie. Il modo di agire di coloro che si sono dimenticati il Vangelo secondo Giovanni: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra», si legge.

Ecco, queste parole dovrebbero essere la prima regola del decalogo di chi frequenta, per diletto o per lavoro, i social. Le parole che si scelgono e che si utilizzano sono quasi sempre quella prima pietra che scagliamo: contro i politici, contro il sistema, contro i protagonisti della cronaca, contro chi nemmeno conosciamo, come in questo caso. Alla prima regola del decalogo sarebbe bello aggiungerne un’altra: «Parlare bene, pensare bene, agire bene»: lo zoroastrismo, religione che si basa sull’insegnamento del profeta Zarathustra recita proprio così. Per il 2020, questa sarebbe proprio una bella base dalla quale ripartire, anche quando si incontra qualcuno che gioca con il sudoku.

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