Gioco
Il sovranismo dei servizi: una sola azienda regionale per tenere i soldi in Toscana
Adesso la testa delle società è quasi sempre fuori dalla regione. Il progetto della superholding rilanciato da Nardella e le ambizioni del gruppo Estra
C’erano una volta le (ex) municipalizzate che funzionavano da bancomat ad uso dei sindaci: in tempi di vacche magre per i bilanci comunali non poteva esserci niente di meglio che puntare gli occhi sui grandi flussi di cassa prodotti da centinaia di migliaia di bollette e sulla capacità di generare utili a beneficio degli enti controllanti. Del resto, chi aveva in mano la nomina dei manager se non i sindaci che di quei soldi avevano bisogno? Ma siamo davvero sicuri che oggi il coltello dalla parte del manico l’abbia ancora chi sta in municipio invece che nel quartier generale dell’azienda di servizio?
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Il sistema cambia pelle
Nel decennio scorso si è materializzata la grande trasformazione del sistema: i processi di aggregazione all’interno di questa galassia ha cambiato l’identikit perché le tantissime micro-aziende locali, ciascuna delle quali poco più che un ufficio staccato del municipio, sono state incorporate dentro poche big. Con due bussole di riferimento: 1) praticamente tutte hanno la “testa” al di fuori della nostra regione; 2) l’aggregazione si è fermata a un certo punto, diciamo a livello di macro-aree interprovinciali e senza integrazioni fra tipologie differenti di servizio.
Chissà però se è alle porte un balzo in avanti. E’ quel che si augura Dario Nardella, sindaco di Firenze, che ha lanciato l’idea di «una grande multi-utility toscana per i servizi» (che raggruppi i servizi su più fronti: rifiuti, energia, acqua) e sia in grado di essere competitiva e efficiente così da contrastare i big del settore che poi «distribuiscono gli utili fuori della Regione». L’ha messo nel menù dell’incontro che nello scorso settembre a Livorno ha chiamato a raccolta i sindaci toscani del centrosinistra in vista del voto regionale del prossimo anno: ma erano i giorni del ribaltone con l’arrivo del nuovo governo giallorosso e quell’appuntamento era intitolato sì “Le idee dei sindaci per la Toscana” ma venne letto soprattutto in chiave politicista. Come la nascita di un “partito dei sindaci” nel segno di un civismo di centrosinistra che mira ad avere «un ruolo centrale nell'arginare la destra» (visto che «sommando i voti delle liste civiche a quelle del Pd si supera il numero di voti raccolti dal Pd alle elezioni europee»). Insomma, la maxi-multiutility toscana sembra restare sullo sfondo, eppure…
Già da oltre 15 anni
In realtà, non è un fulmine a ciel sereno: qualcosa del genere rimbalza fra le ipotesi già dalla metà del decennio scorso. Basti dire che era stato messo su bianco un protocollo d’intesa con cui, oltre al presidente della Provincia di Siena,una sfilza di sindaci di buona parte delle principali città toscane (Livorno e Pisa ma anche Firenze, Prato e Pistoia più Grosseto, Siena, Piombino e Empoli) indicavano l’intenzione di dar vita a una super-holding in cui ciascuno avrebbe messo la propria ex municipalizzata. Però, nonostante l’accordo politico di sette capoluoghi su dieci (con le eccezioni di Lucca, Massa e Arezzo) e nonostante si fosse stabilita una “road map”, alla fine ci si è ritrovati in mano con un pugno di mosche.
Scenario ingarbugliato
Dipende probabilmente dal fatto che nel frattempo la situazione si è parecchio ingarbugliata rispetto a quell’input che sembrava così perentorio.
Da un lato, il mercato: a dispetto della (quasi) omogeneità dell’orientamento politico di centrosinistra, in quegli anni di rattrappimento del ruolo pubblico nella gestione di imprese ciascuna amministrazione è andata a cercare più efficienza nel servizio e un po’ di soldi da mettere in cassa mettendo sul mercato (e, dunque, nelle mani dei privati) una fetta più o meno grande delle proprie Partecipazioni Municipali, perciò creando un ventaglio di situazioni fra società ancora pubbliche, altre in gran parte private, alcune invece a maggioranza ancora pubblica ma con gestione operativa affidata al socio privato (senza considerare le differenti alleanze con i colossi venuti alla conquista della Toscana).
Dall’altro, la politica: alla sbornia filo-privatizzazioni fa da contraltare un altrettanto forte sterzata in favore della ripubblicizzazione degli acquedotti appena privatizzati consacrata dal successo al referendum del 2011. Con una incongruenza: gli stessi partiti, a cominciare dal centrosinistra, che avevano guidato la stagione delle privatizzazioni, eccoli ad abbracciare il fronte della ripubblicizzazione. Ben sapendo che nessuno avrebbe mai buttato via la propria (scarsa) capacità di spesa per ricomprarsi l’acquedotto anziché per tenere aperti gli asili, le case di riposo, i musei o le biblioteche. A meno di non voler chiamare ripubblicizzazione i passaggi di pacchetti di controllo in mano a ex municipalizzate quotate in Borsa che si muovono secondo logiche privatistiche…
Ora qualcosa torna a muoversi: non è un segreto l’ambizione di Estra che, nata alla fine dello scorso decennio da Consiag, Intesa e Coingas, dalla Toscana centrale sta creando una rete di alleanze per costruire l’aggregazione a partire dall’impresa sul mercato anziché dai rapporti politici fra le istituzioni.
La calata dei big
Lo sbarco dei francesi al volante dei bus toscani attesta che difficilmente le cose rimarranno così come sono adesso. Nel Nord va avanti il risiko di acquisizioni e alleanze: come fra le ex municipalizzate di Vicenza e Verona con A2a (Brescia-Milano) e Hera (Emilia) come possibile terzo incomodo. Difficile immaginare che basti l’Appennino a fermarli.
Non è tutto. La deindustralizzazione inghiotte imprese e posti di lavoro, i servizi pubblici gestiti dalle ex municipalizzate no: anzi, il dossier di Agici-Accenture mostra per il 2017 che gli utili sono schizzati all’insù del 15% rispetto all’anno prima (e solo guardando nei conti dei principali soggetti si arriva ben oltre il miliardo di euro). Una corsa che continua, se è vero che le attese per i bilanci di quest’anno indicano un ulteriore impennata di altri 21 punti. Segno che il peso specifico delle aziende di servizio pubblico locale è cresciuto: come fonte di occupazione e generatore di utili.
Il 7% del Pil
Basti dire che il rapporto Top Utility firmato da Althesys,che passa ai raggi x le prime cento aziende dei settori gas, elettricità, acqua e rifiuti non solo hanno un forte impatto sulla vita nelle città ma valgono poco meno del 7% del Pil (volume d’affari 115 miliardi di euro) e 142mila posti di lavoro.
Sullo sfondo, intanto, sulla fascia costiera toscana abbiamo anche un extra in questo scenario già complicato di per sé: davanti alla costa di Livorno c’è il rigassificatore finito al centro di una doppia cessione di quote, che ha passato l’infrastruttura nelle mani di un ultra-colosso della finanza giapponese (tramite fondo australiano) e della Snam, regista di parte quasi-pubblica della nuova strategia governativa di attenzione a queste nuove infrastrutture di approvvigionamento. A ciò si aggiunga l’effetto-calamita che questo avrà sulla rivoluzione del trasporto marittimo con i propulsori delle navi che funzioneranno a gas. Ma questa è già un’altra storia. —
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