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La tiroide? Guai a perderla d’occhio

Marco Sabia
Giancarlo Basili, responsabile dell’attività chirurgica della società italiana unitaria di endocrinochirurgia (Siuec). In alto lo staff di Pontedera, sotto lo staff di Livorno
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Giancarlo Basili, responsabile dell’attività chirurgica della società italiana unitaria di endocrinochirurgia (Siuec). In alto lo staff di Pontedera, sotto lo staff di Livorno

Le statistiche parlano chiaro, fra il 50 e il 60% della popolazione ha noduli e negli ultimi 20 anni la patologia neoplastica è aumentata del 120 per cento

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La tiroide è una ghiandola molto piccola ma ugualmente importante. È un discorso – per fortuna – di grande sensibilità verso l’argomento, ma è un discorso anche di numeri. Basti pensare ai dati rilevati dalle giornate di prevenzione sulla patologia della tiroide eseguite a Pontedera negli ultimi anni; su circa 1600-1700 persone visitate, circa il 70% è uscita dall’ospedale con la diagnosi di patologia nodulare tiroidea. Insomma, anche se spesso asintomatiche, le anomalie che riguardano la tiroide sono di gran lunga statisticamente le più frequenti. Proprio per questo a Pontedera e a Livorno è nato un centro interaziendale dedicato alla chirurgia endocrina.

Compito specifico del centro è rappresentato dall’organizzazione dell’attività di chirurgia endocrina: tale funzione si esplica mediante l’adozione di nuove tecniche e di procedure chirurgiche in conformità con l’innovazione tecnologica (compresa la chirurgia mini-invasiva). Proprio questa particolare attenzione alla multidisciplinarietà ha permesso un incremento significativo della casistica operatoria ed il raggiungimento di traguardi importanti, primo tra tutti il riconoscimento di Struttura Accreditata in “Chirurgia Tiroidea”, tramite la società italiana unitaria di endocrinochirurgia (SIUEC) all’interno della quale il dottor Giancarlo Basili, responsabile dell’attività chirurgica, rappresenta un referente regionale, come anche l’attiva presenza dei diversi specialisti coinvolti, nell’ambito delle più importanti attività congressuali nazionali ed internazionali. In questa struttura il paziente viene preso in carico a 360 gradi: dai primi esami per la diagnosi alla dimissione e ai controlli successivi, curando parallelamente il rapporto umano che si crea tra paziente e medico.

Dottor Basili, perché un centro specializzato sulla tiroide?

Basti pensare che le statistiche più recenti evidenziano come fino al 50-60% della popolazione sana abbia dei noduli tiroidei. Negli ultimi 20 anni abbiamo notato un aumento del 120% della patologia neoplastica tiroidea, dovuto essenzialmente a due fattori: se da una parte c’è una maggiore attenzione nella fase diagnostica – i controlli ecografici che in precedenza non si facevano hanno portato a diagnosticare tumori indolenti che in passato non erano scoperti – dall’altra c’è l’esposizione a radiazioni ionizzanti con il susseguente impatto nocivo. Capita, infatti, di operare donne che sono arrivate in Italia dai paesi più direttamente colpiti dal disastro di Chernobyl e se penso a chi si “diverte” ad andare a fare dei documentari nei pressi del reattore mi vengono i brividi per i rischi a cui si espongono. A livello statistico su 5 casi di patologie tiroidee, 4 riguardano donne. E le fasce più colpite sono quelle intorno ai 30 anni e tra i 60 e i 70. Nel passaggio tra mamma e figlia, inoltre, c’è una “trasmissione” del problema quasi automatica e per questo è fondamentale la prevenzione.

Ma c’è qualcosa a cui fare attenzione?

Sì. Una volta i problemi della tiroide erano ricondotti ad una scarsità di iodio, che è la sua benzina, ma oggi è molto difficile che accada. Un uomo si accorge facilmente di un nodulo anche facendosi la barba, sentendo la presenza di un “sasso duro” nel collo; una donna, allo stesso modo, lo può notare dandosi una crema. Ma non finisce qui: se una persona, affetta da noduli della tiroide, percepisce persistenti cambiamenti nella propria voce, forse questo può essere una conseguenza di un nodulo che ha invaso i nervi che muovono le corde vocali. A volte ho operato pazienti che avevano delle gravi difficoltà respiratorie, come quasi “strozzati” perché i noduli comprimevano la trachea.

Come avviene la diagnosi?

Se ci sono dei noduli sospetti, si fa l’agoaspirato per analizzare le cellule. Tra Pontedera e Livorno facciamo qualcosa come 1200 procedure di questo tipo all’anno, mentre le operazioni sono circa 200. La tiroidectomia viene eseguita mediante una piccola cicatrice nel collo, con tecniche tradizionali o mini-invasive, tramite una piccola telecamera. Il tumore alla tiroide ha una percentuale di sopravvivenza pari a circa il 90% a 20 anni: sono numeri quasi unici nel panorama oncologico e solo in alcuni rarissimi casi si presentano tumori molto aggressivi dove la chirurgia non può intervenire. È importante sottolineare come non esita alcuna correlazione tra grandezza del nodulo e la malignità del tumore: un nodulo piccolissimo può essere maligno così come uno ben più esteso può non esserlo.

Come si vive dopo un intervento alla tiroide?

Chi si opera perché i noduli hanno creato una compressione che non permette di respirare, torna subito a nuova vita. Esiste un principio attivo, la levotiroxina, che sostituisce le funzioni tiroidee quando la tiroide viene rimossa. È per questo motivo che il paziente si dimentica di esser passato da una sala operatoria, perché la sua vita non ha subito cambiamenti sostanziali se non l’assunzione di una pasticca al giorno. E se ha percepito di essere “coccolato” in ospedale, si crea un rapporto che diventa indissolubile; personalmente mi è capitato di essere invitato al matrimonio di una paziente e sono quelle soddisfazioni che ti ripagano da ogni stress. —
 

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