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A Livorno interventi mirati con la radiologia

Marco Sabia
A Livorno interventi mirati con la radiologia

All’ospedale labronico si effettuano operazioni mini invasive, rapide e quasi indolori che consentono un decorso molto più rapido e efficace rispetto alla chirurgia tradizionale

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LIVORNO. Ciò che era nato come procedura diagnostica invasiva diventa mini invasiva e permette di andare ad operare casi che – fino a pochi anni fa – erano ritenuti inoperabili. La radiologia diagnostica – cioè quella branca della radiologia medica che comprende tutte le procedure invasive o mini invasive diagnostiche e terapeutiche effettuate mediante la guida e il controllo delle metodiche radiologiche – ha permesso di realizzare interventi rapidi e quasi indolori, con un decorso post operatorio molto più veloce rispetto alla chirurgia tradizionale. Che si tratti di rimuovere un tumore tramite ablazione, che si tratti di intervenire su aneurismi ed ischemie mediante sonde e cateteri (e mezzi di contrasto), il radiologo interventista arriva nel punto critico molto velocemente, accorciando i tempi.

All’ospedale di Livorno c’è un’unità dedicata, diretta dal dottor Roberto Arpesani, che è diventata punto di riferimento per occuparsi di piede diabetico, aneurismi, lesioni tumorali e molto altro.

Perché entrando nei vasi sanguigni si riesce a salvare degli arti spesso (per non dire sempre) destinati all’amputazione. Si tratta, infatti, di un reparto ritenuto di eccellenza: nel novembre 2018 – al congresso nazionale della società italiana di radiologia medica e interventistica (Sirm) – sono stati discussi addirittura 2 casi verificatisi a Livorno, che hanno visto pazienti in condizioni precarie e critiche essere salvati grazie alla rapidità e alla competenza dei medici intervenuti. A spiegare perché la radiologia sia diventata così importante è proprio il dottor Arpesani.

In quali branche della medicina ci si può avvalere della radiologia interventistica?

Dobbiamo dire che si tratta di una disciplina traversale, che abbraccia quasi tutti gli ambiti. Si va dall’oncologia con le ablazioni delle lesioni epatiche, renali e polmonari all’embolizzazione prostatica fino ai drenaggi per le patologie acute e agli interventi in urgenza (emorragie interne e episodi ischemici al cervello). Senza dimenticare il salvataggio di arti – si veda il piede diabetico – che rischiano di essere amputati come conseguenza di questa patologia cronica. Il vantaggio della radiologia interventistica è che è microinvasiva e che permette di operare in situazioni ritenute inoperabili.

Ci può fare alcuni esempi?

Facciamo riferimento agli aneurismi: entriamo con un accesso dell’arteria femorale e tramite un sistema di sonde e cateteri riusciamo a navigare fino al punto in cui è localizzato l’aneurisma. Una volta giunti lì, abbiamo due opzioni: “riempire” l’aneurisma con delle microspirali che favoriscono la trombogenesi, che vuol dire che si forma un coagulo e l’aneurisma si chiude; oppure questa malformazione viene trattata grazie a degli stent che indirizzano il flusso del sangue nella maniera giusta. In poche parole nel primo caso l’aneurisma viene chiuso, nel secondo viene escluso. Con questo approccio minimale evitiamo di dover ricorrere ad una chirurgia classica invasiva (cioè tagliando e incidendo ndc). Molto spesso il paziente dopo pochi giorni può già far ritorno a casa. Ma ci sono dei sintomi a cui fare attenzione? Negli aneurismi ci sono dei fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza: penso, ad esempio, a chi soffre di ipertensione o fuma abitualmente; l’80% dei pazienti che operiamo per aneurisma è fumatore. Ci sono anche dei fattori congeniti e genetici; nel caso in cui, faccio un altro esempio, se un genitore ha avuto un aneurisma consigliamo di far fare degli esami specifici ai suoi figli, così da capire se ci sono dei possibili rischi. Purtroppo trattiamo spesso aneurismi già rotti perché non presentano sintomi specifici. Ma non ci occupiamo esclusivamente di aneurismi, anzi la gran parte della nostra attività riguarda la patologia vascolare periferica (in collaborazione con la chirurgia vascolare diretta dal dottor Claudio Invernizzi).

In questa chirurgia qual è l’impatto della radiodiagnostica interventistica?

Grazie alla tecnologia e a dispositivi sempre più piccoli e meno invasivi riusciamo a salvare arti – come nel caso del piede diabetico – che altrimenti sarebbero destinati all’amputazione. Ne facciamo circa 200 l’anno, il che vuol dire 3 /4 a settimana.

Dottore, il futuro cosa prevede?

Noi cresciamo insieme alla tecnologia: in 20 anni sono stati fatti dei balzi in avanti allora inimmaginabili, è cambiato il mondo. I nuovi stent, poi, ci hanno permesso di raggiungere traguardi impensabili. Stesso discorso con l’ictus, visto che nei centri dove viene praticata la tromboaspirazione si abbassa il tasso di mortalità. Senza dimenticare gli interventi alla prostata: a Livorno ne realizzeremo l’embolizzazione, mentre già ci occupiamo dei fibromi uterini, in collaborazione con la nostra ginecologia. Questo è possibile anche grazie alla grande collaborazione che c’è coi colleghi degli altri reparti: la radiologia interventistica offre possibilità che si possono anche integrare con le tecniche più tradizionali, aiutando sia noi medici che i pazienti. La radiologia interventistica diventerà sempre più trasversale. —
 

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