Il dolore
Il brand dell'olio toscano piace ma è pochissimo e quest’anno ancora meno: -50%
La produzione oggi potrebbe essere resa standard. Servono investimenti e metodi di coltivazione moderna
E anche quest’anno avremo meno olio sulle tavole. La campagna di raccolta non è finita ma si presume che dai frantoi uscirà circa il 30% di oro verde in meno.
2019 DA DIMENTICARE ECCO I MOTIVI
È stato soprattutto il clima che ha visto una fioritura tardiva seguita improvvisamente da un caldo rovente in piena allegagione che ha portato con sé una pesante riduzione del carico delle olive. Il solo Igp Toscano che rappresenta circa il 20% della produzione totale regionale prevede una chiusura a 20mila quintali, anche se il periodo di raccolta andrà avanti fino al 7 dicembre.
«Ma i giochi sono pressoché fatti – commenta Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio per la Tutela dell’Olio Toscano Igp, oltre che presidente Coldiretti Toscana – Sul litorale hanno pressoché terminato mentre sono lievemente più indietro nell’interno. L’annata non è stata particolarmente carica a causa di una sommatoria di congiunture negative: la fioritura tardiva, il caldo, la mosca alimentata da un’estate umida. Anche se ormai abbiamo imparato a conviverci e chi fa la lotta guidata non ha avuto grossi problemi».
Va detto però che a fronte di una produzione inferiore la qualità è buona e i prezzi resteranno invariati, attestandosi presso la gdo intorno ai 10-17 euro al litro.
VA MALE L’INTERNO, MEGLIO LA COSTA
«L’agricoltura è suscettibile agli andamenti climatici, l’olivo in particolare, soprattutto in momenti come la fioritura, la cui impollinazione avviene attraverso l’aria e le condizioni climatiche devono essere ideali affinché non subisca intoppi – dichiara Giampiero Cresti, direttore degli Olivicoltori Toscani Associati, cooperativa di 11mila produttori con sede a Siena e frantoio, bottega ed agriosteria a Cerbaia – Nelle province di Grosseto, Livorno, Lucca la campagna non è abbondante ma abbastanza normale. Mentre nelle province interne è stata modesta. Il conto complessivo sulla Toscana si attesta intorno al 30-35% di calo che nelle zone più interne sale al 50%, mentre nella fascia costiera ci attestiamo più o meno come l’anno scorso con flessione forse del 10%”.
Quella dell’olio in Toscana è una realtà economica di lontana tradizione che l’anno scorso ha chiuso a 31mila quintali per l’Igp certificato e a 150mila la produzione regionale totale. Con o senza marchi di origine, ossia quei riconoscimenti europei a tutela e garanzia di un prodotto come le Denominazioni di Origine Protetta o le Indicazioni Geografiche Protette.
LE 5 DENOMINAZIONI
4 DOP E 1 IGP
«In Toscana, come olio, abbiamo 5 denominazioni: 4 dop e una igp – dice Fabrizio Filippi – Esse sono fondamentali, il vero patrimonio dell’agroalimentare italiano. La denominazione porta con sé tutta una serie di controlli, procedure che mettono briglie pesanti a chi vorrebbe avere una maggiore libertà, ma alla fine sono i nostri grandi marchi. Avendo smembrato il patrimonio alimentare italiano svendendolo all’estero, questi sono rimasti gli unici baluardi, veri grandi marchi e veicolo di sviluppo del territorio. Pensiamo al vino dove un Brunello, un Montepulciano, un Morellino da soli trainano l’economia di un territorio. Le denominazioni devono diventare questo».
«L’olivicoltura in Toscana, come nel resto in Italia, è a un bivio – prosegue il presidente regionale di Coldiretti – Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un susseguirsi di annate non favorevoli o comunque in alternanza con una tendenza a scendere in termini produttivi. Ciò è il concorrere di tante piccole cause che si manifestano insieme. Fra queste l’anzianità anagrafica dei coltivatori e degli impianti che hanno portato a un complessivo abbandono dei territori più marginali e difficili. Di contro ci sarebbe necessità di avere un’olivicoltura che pur non prescindendo dall’immenso patrimonio delle nostre varietà, diventi moderna e razionale. Ciò significa tecniche semimeccanizzate di coltura e produzione che consentirebbero maggiore remunerazione e sostenibilità economica, nuovi impianti con formule e criteri che ci aiutino a mantenere le vecchie varietà».
I NUOVI INVESTIMENTI E LE GRANDI REALTA'
Il problema a quel punto diventa non solo agricolo ma anche paesaggistico, ambientale e sociale. «Ormai è chiaro che il mero abbandono della campagna non significa solo perdita di produzione ma coinvolge anche la tenuta di un territorio con conseguenze su tutti – prosegue Filippi – E già abbiamo iniziato a muoverci. Attraverso i pif, i progetti integrati di filiera, impianteremo qualche migliaio di nuovi alberi in attesa di un incremento produttivo. Non dimentichiamo inoltre l’investimento tecnologico messo a punto da numerosi frantoi dove non si fa solo poesia ma soprattutto economia e un olio qualitativamente eccellente. Nella nostra regione vantiamo realtà all’avanguardia a livello mondiale come le Officine Meccaniche Toscane di Bagno a Ripoli, la Mori Tem di Tavarnelle Val di Pesa oggi punto di riferimento nazionale e non solo per tutti coloro che hanno frantoi aziendali».
80 VARIETA', 150MILA QUINTALI DI OLIO
Da sola la nostra regione conta oltre 50mila olivicoltori di cui 1/5 certificati Igp, 15milioni di piante, 93. 600 ettari di oliveti, 400 frantoi tra i 140 e i 150mila quintali di olio franti annualmente (di cui il 20% Igp) dalle circa 80 varietà ancora accudite in campagna. Molte seguite a tempo perso, destinando il frutto del lavoro alla famiglia e ad un ristretto circuito di amici. «L’anno scorso la nostra regione ha spremuto circa 150mila quintali di olio, di cui 31mila certificati – spiega Cresti, direttore di una delle cooperative di maggior peso in Toscana – Ma in realtà il prodotto che va effettivamente sul mercato è una quota minima perché molto viene veicolato nell’autoconsumo e attraverso i circuiti familiari. La Toscana è fatta di tantissimi piccoli produttori conun piccolo mercato territoriale che sottrae al mercato strutturato un’importante quota importante».
Il sistema cooperativo – e quello diretto da Cresti è un esempio che raggruppa altre cooperative e tante piccole realtà sparse in tutta la regione – gestisce oltre il 70% dell’olio toscano Igp. Da sola la Olivicoltori Toscani Associati produce 6mila quintali (su 31mila) di olio Igp toscano. Conta 11mila soci di cui altre 5 cooperative come il fantoio Valdelsano a San Gimignano, la Terre dell’Etruria che è fra le più importanti realtà imprenditoriali agricole toscane, il Frantoio Sociale del Compitese. «Nella nostra realtà confluisce il grosso del grossetano, senese, fiorentino, aretino. Siamo un po’meno presenti sul litorale ma non mancano soci anche lì – spiega il direttore – Anno scorso abbiamo commercializzato circa 6mila quintali di olio per un fatturato intorno ai 7 milioni di euro. Quest’anno purtroppo registreremo una grossa flessione. Questo settore non ha uno standard produttivo bensì estremamente variabile. Quest’anno non arriveremo al 50%. Ma il prezzo non subirà un incremento, salire con i prezzi significherebbe ridurre le capacità di vendita».
L’APPEAL DEL BRAND
Altro tasto dolente, quello dei mercati, perché il brand avrebbe molto appeal ma il prodotto scarseggia. «Stiamo assistendo a un paradosso: la domanda cresce da anni ma non abbiamo prodotto sufficiente. Avremmo la potenzialità di commercializzarne molto di più – commenta Giampiero Cresti – Siamo in difficoltà da una decina di stagioni, in parte per le problematiche legate al clima, un po’anche per l’abbandono o per la minore cura riservata alle piante, e ciò a sua volta non le tutela dai rischi dei contraccolpi. Quello della carica e scarica è invece un concetto un po’superato perché se l’oliveto fosse coltivato in modo corretto con concetti moderni, la resa resterebbe ad un livello standard. Alcune aree con terrazzamenti dove meccanicamente è difficile intervenire e che in termine di superfici rappresentano circa il 30% dell’agricoltura regionale diventa più complicato e la pianta segue il suo andamento naturale».
L’ESIGENZA DI INNOVARE
Per cui la voce è unanime: la nostra agricoltura ha bisogno di essere rivista in modo moderno, ma non troppo, sia attraverso una razionalizzazione e sostituzione di impianti nuovi, sia attraverso i mezzi di coltura. «E qualcosa si sta muovendo, certamente l’oliveto non è un campo di grano che semino oggi e fra sei mesi raccolgo, il risultato lo vedremo nel medio periodo – chiosa Cresti – Siamo comunque in una fase di inversione di tendenza. Mi occupo di questo settore da inizio anni Ottanta e tale esigenza la percepisco da tempo. Purtroppo però l’olivicoltura è vista come intoccabile per cui la cerealicoltura, la frutticoltura hanno subito cambiamenti, mentre l’olivo lo si coltiva ancora come due secoli fa. Serve un approccio più moderno che non significa rinunciare alle nostre caratteristiche ma anzi potenziarle e migliorarle». –
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