Sicurezza
Il Pd cambia volto ma ora serve un’identità
Dopo la tre giorni bolognese, significativamente titolata “Tutta un’altra storia” , il Pd mette sul piatto la questione della propria collocazione politica: partito di sinistra, di centro-sinistra, di sinistra-centro? È indubbio che sia la leadership zingarettiana, sia i sommovimenti seguiti alle elezioni politiche del 2018, abbiano spostato i dem più a sinistra. Lo stesso tramonto, in un sistema oggi tripolare e in futuro prevedibilmente polarizzato in coalizioni, del partito a vocazione maggioritaria, spinge in quella direzione. Così come la necessità di porre fine a quella “rottura sentimentale” con quei ceti sociali che, scioccati dalla sbornia del Pd e dei suoi precursori per la globalizzazione, chiedono protezione. E che, per disperazione, si sono poi rivolti alla destra xenofoba e sovranista.
Anche la collocazione del nuovo partito di Renzi spinge i democratici verso sinistra. Se il Fiorentino punta al centro e si propone di “macronizzare” il Pd, prosciugandone il consenso, inutile presidiare quell’area, oggi meno estesa e già contesa, con il rischio di perdere voti nel proprio bacino d’insediamento tradizionale. Marcando una più netta identità di sinistra, invece, i dem possono provare a intercettare anche quei settori dei Cinquestelle che si riconoscevano nel grillismo originario dei meet-up, messo in ombra dalla dilatazione di un voto di protesta, tanto esorbitante quanto ingestibile a causa della sua ambiguità costitutiva e delle surreali teorizzazioni sul MoVimento come forza “né di destra, né di sinistra” .
Naturalmente un simile riposizionamento, guardato con timore anche da componenti dem non nostalgicamente filo-renziane, può dare rappresentanza a un’area ma non ne allarga il confine. Un problema serio per una forza che vuole governare in posizione non ancillare.
In un contesto politico che premia posizioni programmatiche ben caratterizzate, il Pd avrebbe maggiori chances se facesse emergere un profilo radicalmente riformista. Ponendo al centro del dibattito temi che, se non affrontati, mettono a rischio il futuro del Paese. Come: il drammatico declino demografico e l’invecchiamento della popolazione, con gli over 65 che superano i giovani sotto i 15 anni; la sostenibilità, in un simile contesto, del welfare: sanità e pensioni in primo luogo; la riformulazione di un patto di cittadinanza che esige il dovere di contribuzione da parte di tutti; il sistematico impoverimento del nostro capitale umano, testimoniato dal massiccio esodo all’estero dei giovani più istruiti; l’impatto sul lavoro di una rivoluzione tecnologica, fondata sull’intelligenza artificiale, che farà impallidire quella attuale; la necessità di un riassetto idrogeologico del territorio che consenta di affrontare gli evidenti mutamenti climatici. Temi sui quali il Pd potrebbe dire davvero “qualcosa di sinistra”. Proponendo soluzioni che vanno oltre l’orizzonte, sia pure rilevante, della prossima scadenza elettorale.
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