La protesta
Neonata abbandonata, un atto contro natura che ci ripiomba nel passato: il commento
C’è una vecchia cascina nella campagna sopra Cecina che per anni è rimasta invenduta. Si diceva che fosse maledetta perché dopo la guerra ci trovarono un neonato morto. Fu arrestata la madre, una giovane donna che aveva buttato il figlio nelle acque nere per fuggire allo scandalo di aver partorito senza avere un marito. Storie sepolte nel passato, un tempo indefinito in cui la colpa valeva più dell’amore. Della infinita tenerezza che lega una madre al figlio. Dove ancora la legislazione accettava il delitto d’onore. Già il termine infanticidio, reato odioso, ha un sapore antico e amaro. Sa di povertà, di ignoranza, di dolore. E stride con le immagini gioiose della maternità voluta, consapevole, dei bambini sempre più amati e coccolati.
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La storia di Campi Bisenzio, con la piccola trovata morta in una borsa, ci riporta brutalmente a tempi e modi che pensavamo superati. E ci sbatte in faccia che esiste ancora una vita di emarginazione e povertà. Proprio dietro l’angolo delle nostre sicurezze.
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E apre una serie di interrogativi. Lo scenario (e il reato) cambia di molto se la bimba è stata abbandonata morta o viva. Il fatto che la borsa fosse aperta fa pensare che ancora respirasse. Chi ha lasciato la bimba, col cordone ombelicale ancora attaccato, dentro quella borsa avvolta in un maglione e una coperta, ha sperato forse di darle una chance? E chi ha aiutato la mamma a disfarsi della sua bambina? E poi, davvero la mamma era d’accordo a lasciare quel fagottino alla sorte, oppure ha subito la mutilazione? Perché di questo si tratta. Strapparsi dal corpo un figlio appena nato per abbandonarlo o peggio condannarlo alla morte è un atto contro natura. Eppure la storia ci racconta che abbandono e infanticidio sono pratiche conosciute fin dall’antichità. Illuminante Georges Duby nei suoi libri sulla Francia feudale. Solo nel Trecento furono istituiti gli ospizi per i trovatelli e fece la sua comparsa la ruota degli esposti. Ma ancora oggi, in molti Paesi poveri esiste l’infanticidio selettivo e sessista, perlopiù praticato verso le bambine, considerate un “peso” da eliminare.
La ruota, un’istituzione pietosa, è stata rielaborata negli ultimi anni in versione tech e riscaldata, collocata negli ospedali maggiori, proprio di fronte alla recrudescenza degli abbandoni e degli infanticidi. Che oggi nascono in situazioni drammatiche, quasi sempre di vita ai margini. In queste ore molti si chiedono chi sia la madre della piccola di Campi Bisenzio. Immaginarsi il suo volto non è facile. Pensi che sia una donna disperata, che non ha diritti, che non esiste per la “società normale”. Forse una clandestina, vittima della tratta del sesso. O della droga. Una donna che non ha accesso alla contraccezione, che ignora l’esistenza di culle termiche e perfino dell’ospedale. Una donna che sicuramente ha dovuto partorire chissà dove, chissà con chi, con quali mezzi di fortuna. In una bolla di “difficoltà inascoltata”, come ha detto il cardinal Betori. —
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