Il Tirreno

Toscana

I rischi per l’acciaio vengono da lontano

Alessandro Volpi
L'altoforno dell'Ilva a Taranto
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L'altoforno dell'Ilva a Taranto

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La complessa vicenda dello stabilimento Ilva di Taranto non è facilmente comprensibile, al di là delle posizioni politiche del momento, se non si tengono presenti alcune considerazioni di carattere storico e di natura più generale. Nel caso italiano la nascita e lo sviluppo dell’industria siderurgica sono stati strettamente legati all’intervento dello Stato, destinato a sopperire, almeno in origine, ad una sostanziale scarsità di materia prima e di fonti di approvvigionamento energetiche che rendevano le produzioni nazionali troppo costose e fuori dal mercato. L’azione pubblica risultò decisiva prima di tutto sul versante della protezione doganale; fin dal 1878 e poi, in modo ancora più netto, nel 1887 i governi della Sinistra storica di Agostino Depretis introdussero dazi pesanti che impedivano, di fatto, l’ingresso nel nostro paese di materiali siderurgici provenienti dall’estero. Una simile scelta, peraltro, come è stato sostenuto a lungo dalla storiografia, ha penalizzato numerosi settori, a cominciare dalla meccanica, costretti a pagare di più la loro materia prima, e dunque ha favorito lo sviluppo di un settore, quello siderurgico, che, proprio per la mancanza di risorse minerarie, non era competitivo.

Lo Stato è intervenuto in seguito in molte altre occasioni, risultando spesso decisivo. Così avvenne negli anni giolittiani, con una politica di commesse a favore dei grandi gruppi nazionali, e dopo la prima guerra mondiale, quando la forte esposizione delle principale banche verso il settore siderurgico, entrato in crisi, aveva provocato tensioni e fallimenti tra gli istituti di credito.

Così avvenne, soprattutto, all’inizio degli anni Trenta, allorché per fronteggiare le conseguenze della crisi del 1929 e i protratti effetti della sciagurata politica monetaria di Quota 90, il governo Mussolini concepì due cruciali istituti pubblici, l’Iri e l’Imi, a cui era affidato il compito di procedere al salvataggio di banche e aziende ormai in condizioni di dissesto. La “statalizzazione” della siderurgia fu parte di questo processo e venne accompagnata da un suo sensibile rafforzamento, concepito da Oscar Sinigaglia fin dalla metà degli anni Trenta e varato alla fine del decennio successivo, sempre con il ruolo decisivo del capitale pubblico, per dotare il sistema industriale italiano di acciai prodotti in Italia. Gli anni sessanta conobbero un ulteriore rafforzamento della presenza pubblica con la nascita dell’Italsider che operò l’accorpamento sotto un’unica sigla dei principali stabilimenti del paese, senza modificare le strategie fino ad allora seguite nella convinzione di un “miracolo economico” senza reali limiti.

Purtroppo, i numerosi limiti emersero già negli anni Settanta, di fronte all’avanzata impetuosa della concorrenza giapponese, sudcoreana e brasiliana, a cui si aggiunsero il brusco innalzamento del prezzo dell’energia, la svalutazione della lira e la progressiva introduzione di regole europee orientate a impedire gli “aiuti di Stato”. Da questa crisi, le acciaierie pubbliche italiane diedero chiari segnali di non essere in grado di uscire e la politica scelse di avviare un processo di più o meno ordinata dismissione che coinvolse alcuni gruppi italiani. Dalla fine degli anni Novanta, iniziò pertanto un processo di significativo ripiegamento del settore che dovette misurarsi con le sempre maggiori difficoltà di natura ambientale destinate a rendere complicata la convivenza di grandi impianti, fortemente inquinanti, con tessuti urbani sempre più affollati. Per quanto la produzione dell’acciaio italiano riuscisse a restare al di sopra dei 20 milioni di tonnellate annue, con punte fino a 27, che hanno continuato a fare dell’Italia il secondo produttore europeo, gli scenari si sono fatti, rapidamente, ancora più cupi e una parte significativa degli impianti è stata trasferita all’estero. A livello mondiale infatti si è definita, in pochi anni, una monopolistica presenza cinese che possiede ormai ben 6 dei primi 10 gruppi dell’acciaio e che è caratterizzata dalla centralità dell’intervento statale e dalla vorace strategia di acquisizioni in giro per il pianeta, operata sfruttando proprio le criticità tipiche dei paesi di antica industrializzazione, ora alle prese con costi, sociali e economici, molto elevati.

Contro questo strapotere tenta di opporre resistenza il gruppo indiano Arcelor Mittal che, da solo, risulta il più grande produttore al mondo di acciaio con quasi 97 milioni di tonnellate e che persegue logiche di monopolio non troppo diverse da quelle utilizzate dai giganti cinesi, realizzando acquisizioni volte ad inserire nuovi stabilimenti all’interno del proprio circuito produttivo, in modo da renderlo efficiente nel suo insieme, magari con il sacrificio di singole realtà aziendali e con l’eliminazione di qualche concorrente. In un panorama siffatto, senza l’intervento statale a cui si era storicamente “abituato”, con enormi problemi ambientali, con un mercato internazionale in grande difficoltà e con vincoli europei assai stretti , appare abbastanza evidente che il sistema delle acciaierie italiane si trova in condizioni decisamente precarie e che, dunque, un altro pezzo importante del nostro sistema produttivo è esposto a gravissimi rischi. Certo, non nati ora.


 

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