Il Tirreno

Toscana

inchiesta a Prato 

False fatture per 200 milioni, 17 arresti

Paolo Nencioni

Un imprenditore di Vaiano era la mente dell'organizzazione, ai domiciliari un prestanome che voleva comprare la Lucchese

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PRATO. Al telefono si chiamavano “gagari”, giocavano a fare i “gagà”, giovanotti poco seri che si atteggiano a gran signori senza averne i mezzi (Treccani), ed erano convinti di aver inventato una fabbrica di denaro. Almeno fino all’alba di ieri, quando 160 finanzieri sono andati a bussare alle porte delle loro abitazioni e dei loro studi per eseguire 17 ordinanze di custodia (una in carcere, le altre ai domiciliari) nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Prato che ipotizza un’evasione dell’Iva di 40 milioni e omessi versamenti per oltre 20 milioni grazie a un giro di fatture per operazioni inesistenti pari a circa 200 milioni.

In carcere è finito il presunto promotore dell’associazione a delinquere, Mirko Bellucci, 43 anni, originario di Vaiano, domiciliato a Capodistria (Slovenia) e ritenuto amministratore di fatto o di diritto di una ventina di società nel settore del commercio di polimeri, i granuli derivati dal petrolio che servono per produrre plastica. Ai domiciliari, tra gli altri, Renzo e Federica Cirinei, amministratori di fatto e di diritto della Energye Plastiche di Livorno, Benedetta Cama, una loro dipendente, e Josef Ferrando di Buggiano, collaboratore e prestanome di Bellucci, assurto all’onore delle cronache qualche mese fa quando sembrava intenzionato a comprare la Lucchese. Indagati a piede libero almeno sei professionisti che avrebbero tenuto la contabilità delle società pur conoscendone «scopi e finalità».

È una storia di polimeri, ma i polimeri non sono la cosa più importante. Potevano essere mattoni, scarpe e persino mucche. L’importante era il carosello, inteso come frode per far sparire l’Iva oppure farla fruttare. Con due sistemi. Il primo funziona così: una società con sede in Slovenia o nella Repubblica Ceca (si ritiene controllata da Bellucci) vende polimeri in Italia a una società “cartiera” che omette di versare l’Iva e rivende a una società “filtro” (per confondere le acque), che a sua volta rivende al destinatario finale. Quest’ultimo, avendo acquistato senza Iva, può commercializzare il prodotto a prezzi imbattibili. Il secondo sistema è ancora più semplice: i passaggi sono gli stessi (e anche in questo caso la società “cartiera” non verserà mai l’Iva), ma la merce non si sposta mai, si spostano solo le fatture per operazioni inesistenti che lasciano in dote alla società “filtro” un credito Iva pari a quella non versata dalla società “cartiera”.

Le indagini sono iniziate tre anni fa a Livorno, dove la Finanza ha messo gli occhi sulla Energye Plastiche, e a Prato, dove i militari hanno scoperto una start up di successo, la Bel Plastic, che nel primo anno di attività aveva dichiarato un fatturato di 19,6 milioni di euro “dimenticandosi” di versare Iva per 4 milioni. Non era la sola stranezza. La società non aveva macchinari, depositi o dipendenti e l’amministratore Antonio Zizzamia, che abita alle case popolari di Gabbiana, non ricordava il nome di un solo cliente. Agli occhi esperti dei finanzieri era già tutto chiaro, e da quella verifica, dopo essersi coordinati coi colleghi livornesi, sono risaliti a una galassia di 24 società (solo tre quelle vere) che avevano messo in piedi la frode carosello coi due sistemi cui si accennava prima.

«Una cosa insopportabile» ha sintetizzato ieri il colonnello Massimo Licciardello, comandante provinciale della Finanza, illustrando i particolari dell’operazione “Gagaro” al fianco del procuratore Giuseppe Nicolosi e del sostituto Laura Canovai. Forse aveva in mente le intercettazioni telefoniche nelle quali gli indagati ostentano i soldi facili, le auto di grossa cilindrata, le vacanze e le cene in Versilia. E sembrano convinti di poter mettere le cose a posto nonostante le verifiche delle Fiamme Gialle. Ora si tratta di recuperare i milioni sottratti all’erario. Il gip Francesca Scarlatti ha disposto il sequestro, finalizzato alla confisca, di beni per oltre 26 milioni di euro nei confronti di cinque delle società coinvolte nell’inchiesta. Bisognerà vedere quanti di questi beni sono ancora “aggredibili”. Ma i numeri dell’inchiesta, avvertono gli investigatori, potrebbero lievitare dopo l’esame della documentazione che è stata sequestrata ieri. —

Paolo Nencioni

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