Il Tirreno

Toscana

La minaccia dei nuovi muri che si alzano nelle menti

Alfonso M. Iacono

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Fabrizio Brancoli nell’ultimo editoriale ha scritto del muro. Uno, quello di Berlino, è caduto, ma qualcun altro resta o si ha intenzione di innalzarlo, materialmente e metaforicamente. A proposito di muro, mi richiamo spesso a una storia assai nota. Quando Robinson Crusoe, la più pura e straordinaria espressione letteraria e mitologica del self made man moderno, ma anche il più diretto rappresentante del modo individualistico, padronale e coloniale, di rapportarsi all’altro, scopre un’orma, si sconvolge e viene preso dalla paura. Allora comincia a rafforzare il muro. Eppure, quando secoli prima, un filosofo arabo della Spagna del XII secolo, Ibn Tufayl, raccontò una storia analoga, il Robinson di allora, scoprendo che nell’isola c’era qualcuno, invece di impaurirsi e innalzare le proprie difese, fu preso dalla gioia di sapere che non era più solo.

Di più. Quando Robinson incontra Venerdì, impone la sua lingua, l’inglese, gli dà il nome per cui lo conosciamo (qual era il suo vero nome? Qual era la sua lingua materna?), e di sé dice non che si chiama Robinson, ma Master, cioè padrone. Sabato scorso, al Liceo Empedocle di Agrigento, il mio Liceo, grazie alla brillante iniziativa della dirigente Anna Maria Sermenghi, degli insegnanti e al toccante intervento di Salvatore Lo Bue, si è parlato delle Porte Scee (VI libro dell’Iliade), le porte delle mura di Troia, là dove Ettore parla con le donne, le madri, le figlie e, in un’altra scena, si incontra con la sua sposa Andromaca e con il figlio Astianatte. La parola muro ha due plurali: muri e mura. Muri ha a che fare con il muro di casa (muri portanti, ecc.); mura con le costruzioni che circondano le città o i territori allo scopo di difesa. Ammiriamo quelle delle città antiche e medievali, vi passeggiamo sopra come a Pisa o a Lucca e oggi le attraversiamo tranquillamente. Sono mura che assicurano passaggi e che permettono la relazione tra l’interno e l’esterno. Non devono però tornare a essere frontiere, mezzi di divisione, strumenti di separazione. Il biologo Stephen Jay Gould, ripreso dal sociologo Richard Sennett, distingueva tra frontiere e confini.

Le prime si chiudono e chiudono, le seconde si aprono e aprono. In una cellula vi sono le pareti che trattengono internamente e somigliano alle frontiere e le membrane, che invece sono, nello stesso tempo, resistenti e porose, simili ai confini. «Io cerco di capire - scrive Sennett - come potremmo rendere i nostri confini urbani più porosi, così da favorire i contatti tra persone, anziché ostacolarli». Pensare che la connessione globale di per sé abbatta le mura è un’illusione. Siamo connessi ma, paradossalmente, continuiamo a restare isolati con Robinson. Dovremmo avere soltanto confini porosi che aiutano l’interfaccia e la comunicazione e invece, nello stesso tempo, proprio perché abbiamo perso il senso del limite, necessario per andare oltre, erigiamo frontiere e innalziamo mura per non vedere donne, uomini, bambini morti in mare. O rialziamo quelle vecchie, come l’antisemitismo mai sopito, ma che anzi si risveglia e che va combattuto e respinto senza se e senza ma.

Un parlamento dove il centrodestra si astiene di fronte alla proposta di una commissione sull’antisemitismo, gli insulti a Liliana Segre, la quale deve oggi andare sotto scorta. Delle vecchie mura si stanno pericolosamente rialzando. Non sono quelle antiche e medievali, sono quelle fasciste e razziste. Sono le mura che diventano muri, non di casa, bensì dell’anima e della mente. Non deve succedere che tornino ad essere i muri portanti del male e dell’odio. Dobbiamo impedire che si rialzino ancora o che se ne alzino di nuovi.
 

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