Il Tirreno

Toscana

Gli orrori del Forteto 

Abusi su minori, Fiesoli ricorre contro la condanna «Il mio processo iniquo»

Matteo Leoni

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firenze. Rodolfo Fiesoli, il guru della comunità il Forteto finito sotto processo per maltrattamenti e abusi su minori disagiati è in carcere da mercoledì sera, dopo che la Cassazione ha pronunciato una sentenza definitiva a 14 anni e 10 mesi di reclusione. Ha scelto di consegnarsi ai carabinieri di Padova, dove secondo alcuni c'è uno dei migliori carceri d'Italia per qualità della vita dei detenuti. Ma prima di entrare ha dato mandato ai suoi legali di presentare ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro la sentenza, ritenendo - spiegano i suoi difensori avvocati Lorenzo Zilletti e Oliviero Mazza - di aver subito «un processo ingiusto». Proprio il contrario di quello che pensano le vittime degli abusi subiti nella sua ex comunità, quando erano bambini o adolescenti.

Al netto dei periodi già passati in carcere e agli arresti domiciliari nel corso delle indagini e dei vari gradi del processo, al “profeta” de Il Forteto restano da scontare 13 anni, 10 mesi e 2 giorni di reclusione, come calcolato nell'ordine di carcerazione firmato mercoledì in tarda serata dal procuratore generale Marcello Viola. Il suo arresto, però, non ripara la vita ormai rovinata delle sue vittime. L'avvocato Giovanni Marchese, difensore di parte civile nel processo per gli abusi consumati al Forteto, parla di «misero contentino» per le vittime, perché «fare giustizia ormai è impossibile. Fiesoli ha fatto quello che voleva per 40 anni e il disastro è irreparabile». «Viene arrestato Fiesoli ma va in carcere dopo che per 40 anni ha fatto quello che voleva» ribadisce Marchese, evidenziando che tra i danni c’è pure «la questione economica», perché «a parte i pochi risarciti, molti abusati adesso sono in difficoltà economiche gravi. Poi c'è il problema delle famiglie, devastate dalla vicenda, fratelli e sorelle non si parlano più. Dire, quindi, che con l'arresto di Fiesoli si chiude un capitolo è offensivo per le vittime», continua Marchese. Che conclude: «Oltretutto la commissione parlamentare d'inchiesta già votata non parte perché si litiga su chi debba presiederla». —

Matteo Leoni

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