La manifestazione
Quando il mezzo divora il fine, l’efficienza genera errori
Perché, pur aumentando le diseguaglianze, i lavoratori, gli operai, i disoccupati votano a destra? Perché la sinistra è votata invece da un ceto medio, più o meno acculturato, democraticamente corretto, sensibile ai valori civili, ecologicamente attento e perché, nello stesso tempo, hanno preso il sopravvento una deferente e ammirata cultura dell’imprenditore, del manager e del dirigente?
Il problema è tutto qui. Gran parte della politica del Pd, non solo Renzi, è stata improntata negli anni all’idea di una simbiosi tra azienda e democrazia, e alla convinzione implicita che tutto ciò che è azienda risulta essere il meglio di ogni organizzazione possibile e che chi fa il manager o il dirigente deve avere un ruolo eminente anche in politica, o direttamente oppure tramite esecutori, portaborse, servitori in giacca e cravatta o con maglioni firmati. Quanti manager, dirigenti e imprenditori sono stati, sono e saranno candidati di sinistra alle varie elezioni? Non ci sarebbe niente di male in sé, se non fosse che ciò, invece di essere un aspetto parziale della rappresentanza, è diventato il modello, quasi il mantra di ciò che significa essere dirigenti e guide e ha fatto dimenticare i lavoratori e il loro sfruttamento. In ogni campo istituzionale, pubblico, statale, dalla scuola all’università, dagli ospedali agli uffici, i dirigenti e i cosiddetti manager (manager viene dall’italiano maneggio e riguarda i cavalli e il loro controllo.
Dai cavalli agli umani. Spesso le storie delle parole rivelano verità inaspettate) hanno visto aumentare i loro poteri decisionali e anche i loro stipendi con lo scopo di incentivare l’ossessione del Pil in ogni attività e la nevrosi autoritaria dell’efficienza. Si chiama aziendalismo. Non è una novità. Ma perché la sinistra se ne è tanto innamorata? Si dirà: bisogna essere efficienti. Certamente! Ma quando il mezzo divora il fine e l’efficienza produce pesanti effetti collaterali, primo fra tutti lo sfruttamento e il disagio dei lavoratori, allora cosa ci sta a fare la sinistra in un contesto simile?
E non sto parlando solo dei lavoratori manuali, ma anche dei lavoratori intellettuali. I medici, per esempio, stanno ormai sostituendo alle diagnosi i protocolli, così si fa più in fretta, il PIL aumenta e, nello stesso tempo, si sta lontani da possibili guai giuridici. Si dirà: la correttezza giuridica è necessaria! E anche quella amministrativa. Vero! Ma se si sostituiscono al senso dell’umanità e della persona, allora diventa oppressiva. Da quando il laburista Blair abbracciò il neoliberismo è iniziato il vero declino della sinistra occidentale. Quasi tutti in Europa l’hanno seguito. E ora ci troviamo con i lavoratori che si spostano a destra e i dirigenti di sinistra che avvertendo il problema, dicono quasi sempre superficiali sciocchezze. In Umbria è andata come è andata.
Cosa accadrà in Emilia Romagna e poi in Toscana? Se la sinistra perde i lavoratori proprio mentre le diseguaglianze aumentano, i disastri ambientali incombono e la crisi non va via, crediamo davvero che è tutta questione di alleanze, di dissensi e di consensi immediati? Se la sinistra non vuole affondare ulteriormente deve aprire una profonda riflessione sulla sua stessa identità e dire da che parte sta, se con i lavoratori e i disoccupati oppure con la filosofia dell’aziendalismo, che è altra cosa dalle aziende in quanto tali e così diverse l’una dall’altra. Constatare che non vi sono più le grandi fabbriche, che la tecnologia ha cambiato il lavoro, è una verità banale che giustifica solo l’ignavia. Non ci saranno più le grandi fabbriche, ma i lavoratori e in disoccupati ci sono, eccome! E oggi votano a destra. Hic rhodus, hic salta!
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