Sicurezza
C’era una volta la destra agli ordini di Berlusconi
Fa un certo effetto vedere ridotto al lumicino – nei sondaggi e nelle urne – il partito che per vent’anni ha fatto il bello e il cattivo tempo; e il suo creatore, che partendo dal nulla ha sconvolto il campo della politica nazionale, piegarsi a lasciare la guida del centrodestra al capo di un movimento che proprio lui aveva tirato fuori dalle valli del lombardo-veneto e portato al governo del Paese. Viene da pensare che se Silvio Berlusconi dovesse mollare, ritirarsi in azienda o in Costa Azzurra, Forza Italia si dissolverebbe con la stessa velocità con la quale si era imposta. Che destino.
Certo, il centrosinistra ha un sacco di guai, esplosi in Umbria e ora in attesa della prova finale in Emilia-Romagna. Ma dall’altra parte del campo è in atto un clamoroso rimescolamento di carte destinato non solo a cambiare il volto della destra, ma anche a condizionare l’intero quadro politico.
Dentro Forza Italia i cavalli scalpitano. Giovanni Toti e Mara Carfagna, in forme diverse, hanno platealmente voltato le spalle all’uomo che li aveva plasmati e, pochi mesi fa, promossi a coordinatori nazionali del partito (poi però rapidamente rimossi) . Toti, che ha sempre guardato con interesse all’ascesa di Salvini, si è già fatto un partito tutto suo dal nome-slogan: “Cambiamo!”, con tanto di punto esclamativo. Carfagna sta contando i possibili seguaci, ma ancora non ha deciso se unirsi all’altro dissidente o correre per conto suo.
Intanto, altri parlamentari di prima o seconda fila – una cinquantina, pare – studiano da transfughi, chi sensibile all’avanzata salviniana, chi geloso invece dell’originale anima azzurra, quella più liberale. Del resto solo a settembre Berlusconi si smarcava dal sovranismo dilagante: «Salvini non lo capisco più, non parla al centrodestra»; ma il 19 ottobre eccolo invece in piazza San Giovanni, con CasaPound, cedere al Capitano la leadership che prima era solo sua e incontendibile. Grande confusione. Quella che ha spinto Toti e Carfagna a pensare a una nuova casa che accolga gli scontenti. Soprattutto quanti potrebbero essere attratti dalle sirene di Matteo Renzi.
Anche Giorgia Meloni gioca la sua personale partita, finora premiata con il sorpasso di Forza Italia. Berlusconi la considera un’ingrata perché si è ribellata a lui che l’ha sdoganata e accolta nel centrodestra. Salvini un po’ ne diffida, un po’ la considera una concorrente, e lei non perde occasione per distinguersi dall’estremismo, così lo chiama, dell’alleato-avversario. Però i due insieme hanno raggiunto il 40,7 nel voto europeo e il 47,4 in Umbria.
A entrambi piacerebbe vincere domani senza che l’apporto di Forza Italia sia decisivo, ma per ora ciascuno pensa più a sé che all’alleanza. E comunque, che destra sarebbe quella a trazione salvinian-meloniana, e che cosa possa ancora fare Silvio Berlusconi perché la sua non sia solo una vana testimonianza del tempo che fu, è una storia ancora tutta da scrivere. —
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