Il Tirreno

Toscana

Spazi belli e vuoti, luoghi brutti ma affollati: che contraddizione

Alfonso M. Iacono
Spazi belli e vuoti, luoghi brutti ma affollati: che contraddizione

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Venerdì mattina a Livorno l’Acquario era chiuso. Chissà perché. Cielo terso e pulito. Il mare, alla terrazza Mascagni, c’era sempre, calmo, fermo, brillante, sereno. Sul fondo la solita Gorgona con la gobba, sfumata e fantasmatica. Alcune navi alla fonda. Due studenti, qualche pescatore di lenza, i soliti in calzoncini corti e la cuffia che corrono (ma dove vanno?). Una nave carica fino all’inverosimile di containers che lasciava il porto. Lentamente. Direi di una lentezza maestosa e grottesca. Maestosa per l’incedere enorme e sicuro, grottesca per l’accatastarsi di metalliche scatole rettangolari piene di merci, l’una sopra l’altra fino a formare quasi un palazzo costruito con i pezzi della lego.

Mi ero portato un libro da leggere, come faceva il mio amico Alfredo Bicchierini, ma non avevo voglia di astrarmi, nell’incosciente consapevolezza di ambienti che miri con la coda dell’occhio, mentre la tua testa entra nel libro e viaggia per storie, concetti, idee. No, non era cosa. La Terrazza Mascagni era tutto il contrario dell’angoscia, della folla, della pausa pranzo, della corsa, del frammento di bello che si coglie di sfuggita e si rimpiange di non potere afferrare se non per qualche secondo. No, il bello non sfuggiva, dominava. Perfino una cosa brutta come la nave piena di containers sembrava entrare di soppiatto nella bellezza quasi a non volere disturbare, allontanandosi quatta quatta e portandosi dietro quel coacervo di maestoso e di grottesco. Non disturbava, non appariva sinistra. Di sicuro non rubava lo spazio, né poteva farlo.

Se è vero che, parafrasando Marx, il mondo moderno si presenta come un’immensa raccolta di merci, mi piacerebbe che esso fosse come quella nave che usciva dal porto e si avviava a diventare una piccola cosa nell’immensità del mare. Non il centro del mondo dunque, ma solo una sua parte. Tutto il contrario di come accade oggi, dove le merci prendono tutto lo spazio del quadro o dello schermo riducendo ai margini fino ad annullarlo ciò che è di tutti e che non si dovrebbe comprare: il tempo lento dell’esistenza vissuta e pensata e lo spazio grande della natura in cui siamo immersi. Ma con la natura non vogliamo dialogare, anzi tentiamo pervicacemente e ciecamente di sottometterla ai nostri interessi privati, fino a renderla schiava. Una vera e propria devastante distopia.

Nel pomeriggio sono andato a Fosdinovo a tenere una conferenza. Metto il navigatore che mi fa fare una strada impossibile. Quando già temo, come mi era successo una volta in Sicilia, di finire nel nulla, trovo l’indicazione stradale. Prima di andare nella Biblioteca del Comune, accetto un caffè dagli organizzatori. Entro nel bar di un circolo che sembrava fermo ai gloriosi anni ’70 e l’occhio mi va alla finestra. Sbircio, poi mi avvicino e infine vedo un panorama che dall’ondeggiare sinuoso dei monti coperti dal verde degli alberi arriva al mare fino all’insenatura di Bocca di Magra. Dopo la conferenza parlo con la sindaca, gli organizzatori e i partecipanti. I soliti, inevitabili argomenti: la burocrazia che devasta gli animi e le anime, l’insensatezza di esistenze sicure ma senza gioia, la perdita del senso del bene comune, di ciò che è pubblico e istituzionale. Fosdinovo ha pochi abitanti e molta bellezza. Qualche ricco compra e viene a cercare la solitudine. La solitudine quando è frutto della pienezza e non risultato dell’abbandono, è un lusso che pochi possono permettersi. Spazi belli e vuoti, luoghi brutti e affollati. Lottare contro questa assurda e ridicola contraddizione. Tutti d’accordo che dobbiamo partire dai territori. Bene! Facciamolo davvero!

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di Redazione web