Il Tirreno

Toscana

Dopo la scissione, la Leopolda di Renzi celebra l'arte di cambiare idea

Mario Neri
Dopo la scissione, la Leopolda di Renzi celebra l'arte di cambiare idea

Al via la kermesse fiorentina del fondatore di Italia Viva. Già dalle scritte sui muri si intuisce che aria tirerà quest'anno

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FIRENZE. Oggi potrebbe dire una cosa, domani il contrario di ciò che ha detto e chiamarlo «nuovo inizio». Ha sempre gridato #senzadime e poi ha sconfitto la burbanza da Papeete proprio rimangiandosi uno dei pilastri rigenerativi del post 4 marzo? Sì, lo ha fatto, ha costruito il governo con i grillini e pure in nome di Albert Einstein e John Fitzgerald Kennedy, si scopre oggi, mica di Gianni e Pinotto. «Quelli che non ritrattano mai le proprie opinioni amano se stessi più che la verità», recita uno dei messaggi scritti in rosa nella navata centrale a pochi passi dal palco. Parola di Joseph Joubert, filosofo illuminista e aforista francese, nuovo nume tutelare del renzismo.

Sì, perché oggi potrebbe essere Matteo Renzi, domani neppure ricordarsi il suo nome. Tutto vero. Il leader di Italia Viva l’ha fatto scrivere sulle pareti della Leopolda10, sui cartelloni riservati alle citazioni-manifesto. Quelli che quando si arriva nella vecchia stazione fiorentina di Porta al Prato si deve per forza leggere per capire “lo spirito del tempo”, annusare l’aria che tira, “che Renzi farà” nelle prossime settimane, e magari pure quest’anno tentare di decifrare fra le righe il futuro del Conte bis.

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E allora ecco la filosofia in pillole somministrata al popolo della Leopolda: «Più di tutto mi ricordo il futuro», diceva Salvador Dalì e ora è la base ontologica di Renzi l’auto-rottamatore. Perché più di tutto c’è da fare tabula rasa di se stessi in questa che sarà anche la prima Leopolda con i simboli di partito, il PdR, il partito di Renzi, mica il Pd, di cui qui non è mai comparsa bandiera, spilletta o gadget. Sia mai. Il passato, le sconfitte, il referendum, i dem prima fatti volare da segretario e premier oltre il 40% e poi sprofondati al 18%, non sono neppure storia. Semplicemente, non esistono. Nel breviario minimo del trasformismo leopoldino c’è solo la memoria del futuro, dunque nessuna memoria.

Politicamente non si è stati né si è qualcosa di definito, perché tutto può essere. Chissà se Renzi si ricorda (ora) di aver appena detto (tipo un’oretta fa) che dalla Leopolda «arriveranno zero minacce alla manovra», zero imboscate al governo. «Cambiare è la regola della vita. E quelli che guardano al passato o al presente, certamente perderanno il futuro», diceva Kennedy appunto. «Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare nello stesso modo», ricordava Einstein. Ovvio, come sempre c’è un certo afflato immaginifico dunque «quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari, altri costruiscono mulini a vento» (proverbio cinese).

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In fondo, questo è il decennale e la Leopolda si chiama “Italia ventinove”, proiettata con un balzo avanti di altri dieci anni. Stasera il programma prevede un video con le clip della storia, dai tempi di lui sindaco col maglioncino viola accanto a Civati o quelli del tacco giaguaro e boschiano dell’assalto alla ditta fino alla nona in cui il “popolo leopoldino gli chiedeva di togliersi la camicia di forza del Pd (per la cronaca, la canzone di quell’edizione era “Quelli che restano” di Elisa e De Gregori). Ma zero nostalgia. E di cosa, poi. Il Pd non esiste. Si punta tutto su family act e il piano verde per il Paese, ma soprattutto su un emendamento con cui «cancellare quota 100 e dare quei soldi alle famiglie e agli stipendi: vediamo cosa faranno gli altri», ha scritto nella newsletter il senatore di Scandicci, arrivato insieme alla moglie Agnese e alla figlia Ester alle 15 per presentare la mostra fotografica dedicata a Tiberio Barchielli, il fotografo dei tempi di Palazzo Chigi, scomparso un anno fa.

E qui ora tutti i renzisti, i renziani in purezza, gli italo-vivaisti (quelli spuri, i vividem, vagolano ancora nel Pd in attesa della redenzione) lo spiegano come il primo vero avvertimento a Giuseppe Conte. L’annuncio di una Vietnam-manovra. Del resto «la legge di bilancio andrà migliorata in aula», dice Renzi. Per i maligni è l’operazione prima del d-day, quando staccherà la spina al Conte II per formare un governo di cui sia il decisore decisivo. L’ago della bilancia, il Ghino di Tacco della maggioranza. Sul palco, altro topos del renzismo, un albero mica a caso. Un corbezzolo pascoliano, pianta tricolore e sempreverde, simbolo dell’Italia unita, che mette «i fiori quando ogni altro al suolo getta le foglie», scrisse il poeta. Citofonare a Zingaretti. Poi poltrone in pelle, un tavolo con incastonata una vecchia moto - quasi una “poderosa” del renzismo – e il palco che quest’anno si incunea verso il pubblico, da rock star. Anche dal pomeriggio, altro che pop, la regia spara ritmi lenti, a volte sudamericani. In fondo, todo cambia.

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