Sicurezza
Canfora e Marchesi, un dialogo sulla storia attraverso il Novecento
Esiliato, comunista e antifascista: dallo studio dei Romani all’impegno politico e accademico: una vita da testimone
la recensione
L’imponente indagine di Luciano Canfora intreccia le vicende di una vita, quella di Concetto Marchesi, con gli avvenimenti della storia italiana fino a poco dopo la metà del secolo scorso e compone l’erudizione capillare con lo sguardo dello storico abituato a pensare i grandi temi e gli sfondi meno appariscenti.
La figura dell’insigne studioso della civiltà romana viene di capitolo in capitolo sbalzata nelle revisioni dei suoi testi fondamentali, “La storia della letteratura latina”, “Tacito”, le meditazioni su Sallustio (e i suoi pentimenti), su Catilina e sullo scontro tra Cesare e Catone, dettati dall’esigenze di adattamento agli avvenimenti politici in un tempo che vide contestualmente sulla scena mondiale il fascismo italiano, il nazismo e il comunismo sovietico e una guerra che fece impallidire per efferatezza la prima guerra mondiale.
Marchesi fu abile a gestire i pericoli di quell’epoca tremenda, a incrociarne le tensioni, a mantenervi le sue scelte personali e politiche non oltre il limite che ne avrebbe messo a rischio il magistero e in pericolo la vita. La sua morte, avvenuta il 12 febbraio ’57, fu seguita da commemorazioni che lo innalzarono fino alla gloria culturale nazionale, di comunista fedele alla responsabilità della scelta quando altri intellettuali, dopo i fatti d’Ungheria, lasciavano il partito, di partigiano coraggioso, infine di più “audace dei pensatori moderni” nel giudizio di Togliatti.
In verità, quella vita, che si svolse da Messina (preceduta da altre sedi liceali) a Pisa (dove fu eletto anche nelle liste del “blocco popolare” nel 1908 e1910 come consigliere “democratico” e dove sperava di tornare ad abitare negli ultimi anni), a Padova dove fu anche Rettore dell’Università per poco più di due mesi sul finire del ’43, poi in esilio in Svizzera e nel ritorno a Roma, “non meritava, né aveva bisogno, di essere eroicizzata”. Va piuttosto vista come una traversata del Novecento da parte di un politico anomalo che, più che dire, “fa dire” a quei testi della romanità che legge e rilegge e da cui estrae, nell’urgere degli avvenimenti contemporanei, il potenziale per nulla ‘arcaico’ per capire il problema politico. La cultura come politica, si potrebbe dire.
Le pagine di Canfora ci conducono, per continue riprese tematiche e narrative, lungo tutto il corso di un’esistenza che, se immersa di continuo nel flusso della storia, non vi si disperde. Questo libro imponente rimane pur sempre una biografia che non risparmia al protagonista (senz’altro ammirato) la messa in chiaro di contraddizioni e di ricostruzioni di avvenimenti che col regime lo coinvolsero. Primo e drammatico tra gli altri il giuramento del ’31, come professore universitario, che non vide Marchesi tra i dodici che non giurarono e su cui è difficile stabilire se gli fu chiesto da parte del partito comunista clandestino di rimanere a presidiare l’Università (Martinetti che non giurò, chiese che i più giovani lo facessero a tale scopo) o se invece la forza del ricatto fece il suo corso. Certo è che Marchesi il fascismo lo combatté come poté durante gli anni del fascismo e, dopo la caduta, credé di doverne smascherare la sopravvivenza in tutti i regimi che difendono il privilegio e lasciano non redenta sotto la legge l’ingiustizia sociale. Fu comunista, ma il marxismo fu soltanto una componente del suo universo mentale che non ignorava la visione laico-massonica della vita, né pensava all’affermarsi del cristianesimo nel mondo tardo antico come ad un periodo di decadenza, quanto piuttosto di fondamentale trasformazione. Trasformazione di cui sempre tenne conto.
Luciano Canfora - “Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano”, Laterza.
Valerio Meattini
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