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Un profilattico nella mela cotta a cena Rabbia al San Luca, si teme il sabotaggio
L’Asl chiama i carabinieri, apre un’indagine e chiede alla Sat, società concessionaria per i pasti, di fare verifiche
C’era un profilattico nella porzione di mela cotta servita a una paziente del reparto Obi (osservazione breve intensiva) dell’ospedale San Luca di Lucca. Una scoperta choc, avvenuta poco dopo le 19 di venerdì 27 settembre, mentre la paziente stava consumando la cena. Il profilattico, srotolato, era seminascosto nella mela cotta che la donna ricoverata, di circa sessant’anni di età, avrebbe dovuto consumare alla fine del pasto. Infatti ha aperto il contenitore con la pietanza e quando si è accorta della presenza del profilattico, ha chiamato un operatore del reparto. La porzione di mela cotta è stata ritirata e il “reperto” (ancora non è stato analizzato per verificare la presenza anche di eventuali tracce biologiche) messo sotto custodia. L’Asl Toscana Nord Ovest ha chiamato i carabinieri e immediatamente chiesto al concessionario del San Luca (la società Sat, che attraverso Gesat opera il controllo sui servizi non sanitari dell’ospedale) «di avviare l’iter per una sostanziale e completa revisione dell’affido del servizio di ristorazione».
Sono la dottoressa Michela Maielli, responsabile dei plessi ospedalieri dell’area di Lucca e il dottor Spartaco Mencaroni, medico del presidio lucchese, addetto al controllo delle attività esternalizzate, a ricostruire l’episodio, che ha destato, inutile dirlo, grande sconcerto e grande fibrillazione nell’ambiente ospedaliero. Le ipotesi sulle sue origini sono allo stato attuale prevalentemente due: il sabotaggio (ipotesi prevalente) compiuto da una figura inserita nel processo di produzione e distribuzione del vitto per i pazienti, ma non si può escludere la pista dell’atto vandalico “esterno”, ad opera di un degente o comunque di un estraneo al servizio (considerata meno probabile). Per questo, come spiega la dottoressa Maielli, in parallelo alle indagini dei carabinieri, l’Asl ha dato il via a un iter di «sulla tracciabilità del percorso del vitto da quando parte dal centro cottura a quando arriva nei reparti». Un’indagine interna, in sostanza.
Il centro cottura del San Luca (affidato a seguito di bando pubblico al Gruppo Pellegrini, “gigante” del settore che serve 40 milioni di pasti annui in 500 punti ristoro in Italia, fra strutture sanitarie, scuole, comunità religiose e in una catena di ristoranti) si trova in una palazzina poco distante, collegata al corpo centrale dell’ospedale da un tunnel sotterraneo appositamente costruito e tecnologicamente equipaggiato nel quale viaggia un robottino portavivande.
L’ultimo controllo sui vassoi preparati per i singoli pazienti dei singoli reparti avviene, come informa la direttrice del San Luca, al centro cottura. Da lì vengono caricati sul robottino i vassoi a temperatura controllata con il vitto, che sul suo percorso automatizzato fa tappa in diverse stazioni, ovvero i singoli reparti: ad ogni fermata c’è un operatore ad attenderlo, che ritira i pasti per quel reparto. Dopodiché il robottino riparte.
C’è da dire che l’intero percorso non è sorvegliato da telecamere: non saranno semplici, c’è da aspettarselo, le indagini per risalire all’autore del gesto assurdo quanto insano - e comunque molto grave - di infilare un preservativo nella frutta cotta. La dottoressa Maielli e il dottor Mencaroni mettono le mani avanti: «Ci costituiremo parte civile quando il colpevole di questo atto sarà individuato. Intanto - ribadiscono - abbiamo attivato la contestazione al concessionario e chiesto di dare il via a verifiche ulteriori sulla tracciabilità del processo di produzione e distribuzione del vitto in ospedale».
La vicenda ha destato sconcerto anche nel mondo politico. Maurizio Marchetti, capogruppo di Fi in consiglio regionale, ha subito ribadito la gravità del fatto: «Il San Luca è troppo vulnerabile. propongo un sistema di videosorveglianza, anche temporaneo, da far autorizzare per le vie istituzionali e da custodire col massimo riserbo». —
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