Il Tirreno

Toscana

L’onda verde riempie le città toscane: "Ecco come ci riprenderemo il pianeta" - Video

Mario Neri
Il corteo a Firenze
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Il corteo a Firenze

Ventimila in corteo a Firenze, altre migliaia in tutta la regione. Accuse agli adulti e ai politici. «Questo tema ci mobilita»

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FIRENZE. In via degli Avelli c’è una selva sopra le teste degli studenti, un bosco di cartelli. «Troppo tardi, in piazza Santa Maria Novella non si entra», dice una collega che è appena tornata indietro dalla calca. Quindi per un po’ non restano che quelli. Alcuni ci scherzano su, quasi la esorcizzano, la fine. Perché di quello stanno cantando nei cori i ragazzi del Fridays for Future con i loro messaggi colorati. Fine del mondo. Anzi dell’ultimo giorno di dolore dell’umanità. «Perché il mondo ci sopravviverà, invece se andiamo avanti così, gas serra, plastica, inquinamento, alberi tagliati, Tav, aeroporti, ognuno a lavoro con la propria auto, è certo che per noi finirà e saranno dolori», dice Andrea. Lui, 12 anni - do-di-ci - scuola media, regge un cartone: «Anche i dinosauri pensavano di avere più tempo». Altri sono quasi comici, come i tazebao delle ragazze, per cui nel mondo «c’è più plastica che fighi», altri sfacciati, uno schiaffone all’illogico arroccamento di chi li chiama “gretini”, millenaristi della dea Gaia, predicatori dell’apocalisse: «Il cambiamento climatico è più reale dell’orgasmo di tua moglie». Altri, poi, sono quasi irripetibili, molto peggio di quello appena citato, altri molto seri, tipo: «Avete un futuro da prestarmi?» o «There is no Planet B», e con quelli i rosiconi dello sviluppo sempre e comunque, della dea crescita e delle turbo economie, andrebbero a nozze.

Quel che è certo, è che non li fermeranno. Se lo scordino. Sennò non staremmo ancora qui in piedi, pressati come microplastiche fra corpi di adolescenti urlanti e surriscaldati più del globo, nella speranza di poter raggiungere le testa del corteo. Perché sono tanti. Liceali, giovanissimi, ragazzini delle medie accompagnati dai genitori, dai nonni, arrivati da tutta la Toscana. In migliaia pure a Pisa e a Livorno, 3mila a Pistoia, 4mila ad Arezzo, a Prato i ragazzi cinesi impugnano striscioni in doppia lingua. Ma qui a metà del tragitto, in piazza della Signoria, perfino i dirigenti della Digos strabuzzano gli occhi: «La coda del corteo è ancora in Santa Maria Novella». La conta, come sempre, è una specie di cabala: la questura parla di 15mila persone, i manifestanti di 50mila. La verità sta nel mezzo ma il fatto vero, il nocciolo di questo terzo sciopero globale per il clima, è che per molti è la prima volta. «È vero, finora nulla ci aveva fatto scendere in piazza. Né contro il governo né per le proteste studentesche – dicono Lorenzo e un gruppetto di amici del liceo scientifico di Montevarchi – Perché ora sì? Perché questo è davvero un tema sensibile. Cosa può esserci di più importante?». Lo dice pure Pietro Grassi in corteo a Livorno. È un referente del movimento: «Siamo la prima generazione che vive sulla propria pelle gli effetti della crisi climatica, ma anche l’ultima che può e deve cambiare le cose».

Ché poi il motivo non è neppure così difficile da rintracciare. Sara, Marta, Giulia, Gemma si sono alzate alle 6 di mattina e hanno preso un treno da Cecina per schiaffarlo in faccia ai responsabili: gli adulti. Un cartello, un pugno in faccia: «Questo scenario è scomodo e non si ha la maturità di dire le cose come stanno». E cioè che la fine delle risorse energetiche, i disastri ambientali, il pianeta che si scioglie come un gelato su un cornetto come quello disegnato sui manifesti con la scritta «Global Warming!!!», «per anni e anni è stato di fronte agli occhi dei grandi e dei governanti, ma è come se fossero rimasti bambini, consapevoli incoscienti». Così il venerdì del clima in Toscana è anche una specie di sfida ai “potenti” della regione: Enrico Rossi e Dario Nardella. Fra governatore, sindaco e studenti dell’onda verde da giorni va avanti una schermaglia sulla presenza delle istituzioni alla marcia. Motivo? Oltre a «non aver promosso atti concreti per cambiare politica, hanno avvallato Tav e ampliamento dell’aeroporto di Peretola». Grandi opere, consumo di suolo e inquinamento.

Dunque: «Il pianeta è nostro e ce lo riprendiamo, i politici non li vogliamo», si sgolano al megafono sotto Palazzo Vecchio. Nardella aspetta che passino i “surriscaldati” e scende. Anzi, atterra. Su un altro pianeta però. Fa lo gnorri e parla di «un successo bellissimo» e dice che «la cosa bella di questo movimento è proprio il fatto che è plurale e libero». Nessun mediatore, zero padrini. Insomma, non sono eterodiretti da comitati, centri sociali, partitini della sinistra. In realtà i NoTav e i NoAeroporto ci sono ma restano relegati in coda. In via Cavour, davanti al Consiglio regionale, i ragazzi si siedono. Niente, nessuno si fa vivo. Insomma, nessuno che osi mettersi di traverso all’onda verde e un movimento organizzato sotto un “marchio” che sta imponendo un’agenda ai grandi del pianeta. «Figurarsi se non riesce a farlo per gli amministratori locali – dice Carlo, che ha accompagnato il figlio di 12 anni, Marco – Non possono più ignorarli. Nessuno può farlo se ha in casa un figlio di quella generazione, perché con una genuinità disarmante ti sbattono in faccia le tue responsabilità. E comunque, se loro si mantengono così, il problema si risolve. Il mio dubbio è che diventando grandi, cambino. E temo che ognuno tenderà a rimanere nella convinzione che in fondo non toccherà a lui, che l’apocalisse non sarà qui e ora». «Greta Thunberg solo una ragazzina manipolata? Lei riempie un vuoto e chi la offende lo fa per nascondere le proprie colpe», dice Ariane Hagl, artista, arrivata dall’Elba. Regge un’asta con un globo terrestre e un cartoncino: «Only one». «Sì, non c’è un’altra Terra. Greta ci ricorda questo, a noi cresciuti nella convinzione di avere risorse inesauribili. Dovremmo riscoprire la rinuncia e il senso del limite, ma non è così».

Invece il messaggio di Greta sta passando, tanto da aver imposto perfino una cifra a questo popolo. I ragazzi del clima, per dire, seguendo una sorta di decalogo dell’attivista climatista: girano con la borraccia di alluminio nello zaino, usano mezzi pubblici, molti sono vegetariani, animalisti, ambientalisti, naturisti. Tanto che i detrattori definiscono il popolo di Greta una tribù dominata da un grillismo di ritorno, e da una ideologia climatista condita da toni apocalittici. «Corbellerie – sbotta Simona, geologa del Cnr – tutti stereotipi inutili. I cartelli di questi ragazzi sintetizzano, possono apparire iperbolici, ma dicono il vero. Lo sappiamo da almeno 20 anni. Basta leggere gli studi scientifici: il pianeta, riscaldandosi, sta perdendo la sua resilienza. E ogni giorno ne abbiamo una prova: ghiacciai che si sciolgono, mari che si scaldano, tempeste improvvise, alluvioni. Cosa volete di più?». Il cartello che teneva un ragazzino accanto a noi in via degli Avelli: «Non è ancora la fine del mondo».

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