Il Tirreno

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Il calcio e le connivenze che aiutano i razzisti

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Il calcio ha un nemico ancora più feroce del razzismo e della violenza ed è la reticenza. A colpi di indigestioni di luoghi comuni e abusi di passione popolare, ha avvolto l’ambiente in una melma maleodorante. Il presidente della Federazione mondiale, Gianni Infantino, non usa giri di parole: «In Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave».

L’ultimo episodio è avvenuto al Tardini di Parma, stadio in prestito all’Atalanta per le partite casalinghe. Il calciatore brasiliano della Fiorentina, Henrique Dalbert, al 29’ si avvicina all’arbitro Daniele Orsato e gli fa notare l’ennesima bordata di “buu” razzisti. L’arbitro ferma la partita e fa diffondere l’appello per mettere fine a tale scempio. Quel che accade dopo è ancora più grave. L’annuncio viene sommerso di fischi, perché gran parte di quel pubblico vuole mani libere, considera quei “buu” una goliardata. E non è certo solo un problema dell’Atalanta, che ieri si è prodotta nell’immancabile comunicato peloso in stile “minimizziamo”. Nel turno precedente tali idiozie c’erano state in Verona-Milan, bersagli Franck Kessié (per il colore della pelle) e Gigio Donnarumma (per la napoletanità). Solo che quei cori, sentiti ovunque, erano stati ignorati – come decine e decine di altre volte – dall’arbitro e dagli ispettori federali. Il giorno dopo il post dell’Hellas Verona per negare l’innegabile. La stessa cosa, domenica, l’ha fatta l’allenatore dell’Atalanta Gian Piero Gasperini, incredibilmente spalleggiato dal rivale Vincenzo Montella con un inarrivabile «e che dovrei dire io che ogni volta per le mie origini napoletane...».

Certo, poi, ci sono anche le lodevoli iniziative congiunte di Inter e Milan contro il razzismo, che però cozzano contro l’operato delle frange estreme delle tifoserie – soprattutto quella nerazzurra – che non esitano a mandare messaggi paramafiosi a un calciatore appena “colpito” dagli ultrà rivali, quelli del Cagliari, come Romelu Lukaku. Un messaggio che è un invito a lasciar perdere, perché «lo facciamo anche noi». Ci sono anche commentatori tv, come Pierluigi Pardo di Tiki Taka, pronti a genuflettersi alla tifoseria veronese parlando di «goliardia» per i cori anti-Napoli. E ci sono stadi dove vengono fatti entrare striscioni che inneggiano a Antonino Speziale, l’ultrà catanese che uccise l’ispettore di polizia Filippo Raciti.

E che dire del rumore del silenzio che accompagna il coraggio di una società (la Juventus) che denuncia e fa arrestare 12 capi ultrà che la ricattano. Nessuna delle altre società ha fatto pervenire messaggi di vicinanza e men che meno lo hanno fatto la Lega di A e la Federcalcio.

Tutto questo mentre chi va in campo continua a omaggiare i capi di quelle curve, spesso utilizzate come strumento di pressione dalle società e dagli stessi calciatori. Dopo la partita i giocatori vanno solo lì a festeggiare per un inchino che somiglia a quello delle processioni davanti alle case dei mafiosi. Paolo Maldini, nel 2009, nel giorno del suo addio al calcio fu fischiato da una parte della curva che gli dedicò uno striscione al veleno. Lui aveva sempre saputo tenere le distanze: «Sono orgoglioso di non essere uno di loro». Ecco, se lo avessero fatto tutti, oggi non saremmo ridotti così. —

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