Sicurezza
Si uccide a 20 anni, l’ombra del bullismo
La ragazza, figlia di immigrati, studiava in un’università romana: si è gettata dal quarto piano. Sequestrato il telefonino
MONSUMMANO. Loro che arrivano in facoltà al volante di auto di grossa cilindrata, con l’orologio e l’occhiale giusto. Lei che arriva a piedi, vestita dignitosamente ma niente di più, figlia di immigrati, con una famiglia umile alle spalle che fa i salti mortali per non farla sfigurare. Loro che invece ci provano gusto a farglielo notare, che la prendono in giro fino a farla sentire un’intrusa, fuori posto nel luogo che lei aveva scelto come trampolino per il riscatto.
Ci potrebbe essere questo, e sarebbe una storia atroce, dietro al suicidio della ventenne che nel primo pomeriggio di venerdì si è tolta la vita gettandosi dal quarto piano del palazzo di Cintolese, frazione di Monsummano, dove viveva insieme ai genitori.
Un bullismo fuori tempo massimo, perché la ragazza frequentava da un anno una prestigiosa Università della capitale, dove sarebbe finita nel mirino di compagni di studi che avrebbero preso a tormentarla fino a farle preferire la morte allo stillicidio di minacce e prese in giro.
Se sia andata davvero così stanno cercando di accertarlo i carabinieri della stazione di Monsummano e i colleghi del Nucleo investigativo di Pistoia, che hanno in mano il telefono cellulare della ventenne, dal quale sperano di ricostruire la storia.
A far pensare che quello della ragazza non fosse un suicidio come tanti altri sono state le confidenze che lei stessa ha fatto ai genitori negli ultimi mesi. Confidenze nelle quali avrebbe parlato dell’ambiente difficile, ostile, che aveva trovato a Roma, soprattutto in facoltà.
Ma c’è dell’altro. La ventenne era tornata a Cintolese giovedì e venerdì alle 15 avrebbe dovuto andare alla caserma dei carabinieri per parlare di quello che le era capitato a Roma. Si era lavata i capelli, si era cambiata ed era pronta per uscire. Il fatto che si sia suicidata meno di un’ora prima dell’appuntamento è una coincidenza che non può essere ignorata e che ha colpito gli stessi carabinieri che ora indagano sulla sua morte.
Qualcosa di più preciso potrebbe già essere emerso, ma al momento vige la consegna del silenzio. Quel telefono cellulare subito sequestrato dai carabinieri potrebbe “parlare” più di quanto sia riuscita a fare la ragazza fin quando è rimasta in vita. Potrebbero essere lì dentro le prove delle minacce e delle prese in giro. E forse anche il numero di qualcuno che l’ha chiamata prima della decisione di gettarsi nel vuoto.
La storia che sta emergendo in queste ore è certamente una storia di disperazione, bisognerà capire provocata da cosa. I genitori ne hanno parlato subito dopo la tragedia, ancora sotto choc, ma chi li ha visti dice che erano lucidi nonostante il dolore.
La figlia aveva vinto una borsa di studio e si sarebbe scontrata con un contesto che l’ha fatta sentire una “imbucata” a una festa di altri. Sognava di andare negli Stati Uniti, a primavera, e aveva già preso contatti con una studentessa americana. Il padre, sapendo o intuendo che il problema della figlia, a Roma, era di non sfigurare davanti a compagni di studio con possibilità economiche molto superiori alle sue, si faceva in quattro per comprarle accessori che potessero accorciare le distanze. Un paio di occhiali, un borsello, un capo d’abbigliamento. Ma forse qualcuno l’aveva già etichettata dopo averla presa di mira e nessuno sforzo poteva cambiare un giudizio inappellabile: quella non è una di “noi”, non è degna di far parte del nostro club, non può permettersi di venire a certe feste, a certi aperitivi. E dunque nemmeno nella “nostra” scuola.
Dietro a un suicidio c’è spesso più di una causa, oltre a quella scatenante. E quasi mai si riesce a scoprirla, anche quando chi se ne va lascia una lettera di scuse. Ma per indurre la ventenne di Monsummano a togliersi la vita nel fiore degli anni dev’essere accaduto qualcosa di grave, di più grave di una serie di prese in giro. Qui si possono fare solo ipotesi, in attesa degli accertamenti di Procura e carabinieri. Si può ipotizzare, per esempio, che l’autore o gli autori degli atti di bullismo nei confronti della ragazza siano venuti a sapere che lei aveva intenzione di denunciarli (magari perché lei stessa lo aveva detto loro per difendersi). E che le abbiano promesso di fargliela pagare, a Roma o altrove. Ma qui bisogna fermarsi perché spetta ad altri scavare. Di sicuro tutti parlano della ventenne come una ragazza senza tanti grilli per la testa, che pensava solo a studiare per costruirsi un futuro in Italia o all’estero. Una ragazza timida ma determinata.
Espletate le formalità burocratiche, la giovane sarà sepolta nel paese di origine. Intanto a Cintolese pensano di fare una fiaccolata per ricordarla. Anche questo dà il senso di un suicidio diverso da tanti altri che di solito vengono avvolti dal silenzio e dal riserbo. No, qui non è ancora il tempo del silenzio, ma dell’attesa di una risposta. —
Paolo Nencioni
Martina Trivigno
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