Il Tirreno

Toscana

L’Europa ci aiuterà, ma soltanto a precise condizioni

Bruno Manfellotto

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Relegato Matteo Salvini nelle retrovie (per ora), si sono dissolte promesse e illusioni della devastante stagione gialloverde: flat tax addio; maggior realismo sulle privatizzazioni (altro che 18 miliardi di incassi vendite); e, visto il flop, quota 100 attiva solo fino alla scadenza del 2021. È da qui che è ricominciata la trattativa con Bruxelles sulla manovra finanziaria che dovrà disinnescare 23 miliardi di aumenti Iva, ridurre la pressione fiscale per i redditi più bassi e le aziende, avviare la crescita. Tutto contenendo il deficit entro limiti accettabili. Già, ma quanto accettabili? E ora che a Roma non c’è più il nemico sovranista la Commissione sarà più disponibile? Sarebbe saggio non farsi troppe illusioni. Aver conquistato posti chiave nella governance europea – Sassoli presidente del Parlamento, Gentiloni agli Affari economici e, da non sottovalutare, Gualtieri ministro dell’Economia dopo anni passati a Bruxelles alla guida della commissione che vaglia le politiche economiche – è una bella riverniciatura all’immagine dell’Italia, la riconquista di un ruolo internazionale dopo una stagione ai margini; e anche segno della soddisfazione con cui l’Ue ha accolto l’arrivo di un governo europeista. Ma che ciò significhi chiudere un occhio sulle regole condivise è difficile, se non impossibile.

È vero, la contingenza ci è in qualche modo favorevole, ma a precise condizioni. Ursula von der Leyen, nuova presidente della Commissione, e Christine Lagarde, che guiderà la Bce, pensano che la stagnante economia europea abbia bisogno di stimoli fiscali, che a ciascun paese vanno dati però secondo condizioni e stato di salute: il paradosso vuole che l’Italia sforerebbe volentieri il deficit, ma è nell’impossibilità di farlo; mentre la Germania, che potrebbe, fatica a violare il suo antico tabù e a fare investimenti che aiuterebbero il Vecchio continente.

L’Italia resta sorvegliata speciale. Del resto l’Europa “matrigna” ha già concesso un bel po’ di flessibilità, una trentina di miliardi – più o meno un punto e mezzo di pil – ma il governo Renzi li ha utilizzati per l’operazione 80 euro. E quando il bazooka di Draghi ha portato a zero il costo del denaro, ha dilapidato il tesoretto accumulato grazie ai minori interessi sul debito non per investire, ma per l’ordinaria amministrazione. Nel 2020, senza interventi correttivi, il rapporto deficit-pil aumenterebbe ancora di qualche decimale, e invece secondo gli impegni presi dovrebbe diminuire di mezzo punto. L’unica strada possibile per spingere la crescita senza violare gli accordi è dunque convincere Bruxelles a escludere dai conteggi gli investimenti pubblici (magari per l’ambiente). Soluzione per la quale si batte da tempo proprio Gualtieri. Non basta, è necessario soprattutto dimostrare di aver avviato di nuovo, come concordato, la riduzione del debito. Perché più dei numeri conta la credibilità, l’affidabilità. Se ci arriveremo, sarà il vero cambio di passo. —

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