Italia
Il pop dei supereroi è cinema politico e Phoenix è da Oscar
Chi si lamenta perché i festival premiano sempre astruserie intellettualistiche che poi nessuno va a vedere, quest’anno è accontentato. Il Leone d’Oro a “Joker” consacra il cinema popolare dei supereroi, che piace ai giovani e sbanca il box office. Per la regia di quel Todd Phillips noto soprattutto per lo spensierato “Una notte da leoni”, titolo oggi profetico. Un po’ come se il Nobel per la Letteratura lo vincessero Stephen King o la Rowling di Harry Potter. È vero che stavolta il cinefumetto della DC Comics è dirottato sul binario del cinema d’autore, in uno spettacolone cupo ed elaborato, per niente adatto ai bambini, che fa del Joker una specie di Grinch: il cattivo diventa il buono che nessuno ha saputo amare, in una Gotham City popolata di infidi, ipocriti e corrotti. Mescolando thriller e splatter, echi di “Taxi driver” e “Re per una notte”, è il film più politico della stagione. Dominato da un Joaquin Phoenix da Oscar, nell’incarnare la follia originata dalla solitudine e dall’esclusione dal mondo mediatico.
Sacrosanto il Gran Premio della Giuria a “J’accuse” (ma il titolo italiano sarà “L’ufficiale e la spia”) cioè il caso Dreyfus raccontato da Roman Polanski. La storia dell’ufficiale ebreo ingiustamente condannato per tradimento segue le regole del cinema classico: rigorosa ricostruzione storica, fotografia, scenografia e costumi da lustrarsi gli occhi, sceneggiatura di ferro, un cast di attori superlativo. La regia impeccabile ne fa una sorta di legal thriller d’epoca, di nerbo robusto e ammirevole eleganza.
Gli altri premi confermano l’inclinazione poco accademica dei giurati, che consacrano le due opere più bizzarre del concorso, entrambe impegnate a denunciare con spietato disincanto la tragicomica miseria umana: il Leone d’Argento allo svedese Roy Andersson del surreale “Sull’infinito”, una serie di siparietti esistenziali col gusto dell’assurdo tra Beckett e Achille Campanile, e il Premio Speciale allo strepitoso “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, una mostruosa parata di freaks palermitani, al tempo stesso divertente e spaventosa. Condivisibili anche le Coppe Volpi a Luca Marinelli e ad Ariane Ascaride. Quest’ultima straordinaria protagonista di “Gloria mundi” del marito Robert Guideguian, uno spaccato familiare nella Marsiglia di oggi per dimostrare quanto siamo peggiorati negli ultimi vent’anni.
Marinelli ha conquistato tutti nel sopravvalutato “Martin Eden” di Pietro Marcello, che trapianta il capolavoro di Jack London nell’Italia del Novecento in modo pretenzioso e ingenuo. Siccome però alla maggioranza è piaciuto molto ed è l’unico dei film premiati ad essere già uscito in sala, andatelo a vedere e giudicate voi. —
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