Gioco
«Don Euro faceva sparire le elemosine Ci volle la cassaforte per tutelare i soldi»
Don Marchini testimone d’accusa al processo di don Morini «Con lui finì il controllo sulle entrate della parrocchia»
Non ci sono solo i dettagli scabrosi dei rapporti sessuali di gruppo tra escort come Francesco Mangiacapra e l’ex parroco di Caniparola (Massa) Luca Morini, originario di Pontasserchio (Pisa); non ci sono solo le accuse di sostituzione di persona, detenzione di sostanze stupefacenti, estorsione e autoriciclaggio, i festini dove sniffava cocaina, i viaggi in Mercedes con l’autista. Nel giorno del processo a Luca Morini - don Euro, per tutti - in tribunale c’è pure il racconto di una comunità parrocchiale, costretta ad assistere agli atteggiamenti “discutibili” di un prete per lo più assente e a comprare una cassaforte per tenere al sicuro le entrate della chiesa.
Esatto: una cassaforte come unico sistema per salvaguardare le elemosine della brava gente di Caniparola. A parlare durante la terza udienza del processo a Luca Morini, soprannominato don Euro per la facilità con cui maneggiava denaro, è don Maurizio Marchini, oggi parroco di Soliera, in Lunigiana, che all’epoca dei fatti era diacono della parrocchia di Caniparola e membro del “consiglio parrocchiale per gli affari economici”, un organo che nelle parrocchie si occupa di gestire e controllare i bilanci, le entrate e le uscite, come in una piccola azienda. «Quando arrivò don Morini- testimonia rammaricato - i conti non tornarono più». Il pm Alessandra Conforti ha chiesto più volte una spiegazione a questa frase, ma è stata sempre la stessa: «I conti non tornavano. Come se le entrate -racconta don Marchini- fossero diminuite». Prima di don Morini- dichiara in aula - «don Adriano Giuseppini, dopo aver effettuato tutti i pagamenti che riguardavano le utenze di luce, acqua e gas ci consegnava mensilmente le entrate della parrocchia. Si trattava delle elemosine, dei compensi per i matrimoni, o per i battesimi: noi abbiamo direttive precise che arrivano da Roma- spiega Marchini- per il funerale, ad esempio, la famiglia deve alla Chiesa 50 euro, di cui 10 vanno al parroco e 40 alla parrocchia. Poi c’erano le offerte raccolte durante le messe, per intenderci quelle che i fedeli mettono nei cestini e i soldi che le famiglie ci davano quando concedevamo le sale parrocchiali per i compleanni dei bambini, o per le feste di paese. Ebbene, tutti questi soldi venivano segnati su un registro, rendicontati, e poi depositati in banca. Quando arrivò don Morini, però, su queste entrate non avemmo più alcun controllo; non riuscimmo più a fare in parrocchia quello che facevamo prima. I soldi non bastavano mai. Più di una volta ci staccarono la luce perché non pagavamo le bollette. Pensate che fummo costretti a comprare una cassaforte ad armadio, per conservare lì dentro almeno le offerte delle messe domenicali, di cui Morini non ebbe mai la chiave». La testimonianza prosegue: «Don Morini diceva che voleva fare tutto da solo- aggiunge Rudi Benacci, commercialista, membro laico del consiglio parrocchiale- e che non avremmo più dovuto occuparci di quelle faccende». Il consiglio parrocchiale per gli affari economici, dopo Morini, non ebbe più alcun ruolo e nel 2014 si dimise in blocco, con il vescovo che accettò le dimissioni, senza chiedere alcuna spiegazione. —
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