La protesta
Uccisa dai soldati stupratori, si apre l’inchiesta dopo 75 anni
Ottavia fu assassinata nel 1944 a Radicofani dai militari marocchini inquadrati nell’esercito francese: la figlia Giselda, presente all’omicidio, presenta denuncia
Si chiamava Ottavia Fabbrizzi, di professione “colona” e di razza “ariana”, come era specificato sul suo documento d'identità redatto in epoca fascista. Viveva a Radicofani, in provincia di Siena. Morì mentre l'Italia veniva liberata dal nazifascismo, durante la seconda guerra mondiale. Ma ad ucciderla non sono i tedeschi. È un colpo di pistola che pone fine alla sua vita, esploso da chi in teoria avrebbe dovuto salvare lei e tanti altri italiani. Oggi, a distanza di decenni, è arrivato il momento, anche per lei della giustizia. Dell’indagine sui suoi assassini. Ad aprirla è la Procura di Siena.
Nel giugno del 1944 Ottavia, madre di otto figli, sei femmine e due maschi - il più piccolo di pochi mesi - si trova di fronte tre militari del Corpo di spedizione francese in Italia. Uno è un militare francese, gli altri due sono goumiers, soldati marocchini inquadrati nell'esercito. Vogliono violentarla, come il giorno prima - raccontano gli anziani del paese - era già accaduto ad altre due compaesane. Con lei c'è Giselda, la figlia di 15 anni: Ottavia si difende con la forza della disperazione, si oppone con tutta la forza che le è rimasta in corpo. Ma ha la peggio. I militari, irritati dalla sua resistenza, le sparano. La lasciano a terra agonizzante, e se ne vanno. L'immagine della madre ferita gravemente e sofferente si imprime negli occhi e nella mente di Giselda, e non l'abbandonerà mai più.
La quindicenne riesce a dare l'allarme. Sua madre è ancora viva, ma in tempo di guerra è impossibile ottenere soccorsi adeguati. Così Ottavia resta a terra, agonizzante, resta così per dodici ore, poi muore. Morirà la mattina successiva al tentativo di stupro. Una lunga notte di dolore, durante la quale i familiari, nel frattempo è arrivato anche il marito, la vegliano per paura che i soldati “liberatori” tornino a fare scempio di quel che resta di lei. Dopo la morte di Ottavia il marito presenta denuncia agli americani per omicidio. Il fascicolo viene aperto, ma non avrà seguito.
Adesso, a distanza di 75 anni, si torna a parlare di questa vicenda dopo che la procura di Siena ha aperto sull'episodio un fascicolo contro ignoti per omicidio volontario pluriaggravato. «Si tratta di un crimine di guerra che per questo non si prescrive» spiega l'avvocato della famiglia, Paola Pantalone. Il legale assiste la famiglia insieme all'avvocato Luciano Randazzo dell'Associazione nazionale vittime delle marocchinate, termine con cui si indicano le decine di migliaia di violenze perpetrate in Italia dai militari del Corpo di spedizione francese durante la Liberazione. «Le denunce per questo tipo di episodi sono circa 60.000 - precisa Paola Pantalone -, i risarcimenti sono stati circa 300. Non abbiamo grandi speranze di risalire ai colpevoli ma la figlia della vittima ha deciso di denunciare perché quando si è resa conto che il fascicolo dell'epoca non aveva avuto un seguito non riusciva a darsi pace». Una denuncia che è stata un atto simbolico, per non lasciare che un crimine tremendo finisse nell'oblio, dimenticato in un angolo oscuro della storia del Paese dove è stato lasciato per decenni. Per questo Giselda, ormai novantenne, ha deciso di affrontare i fantasmi del passato e di presentare una querela ai carabinieri. L'atto è stato inviato per competenza territoriale alla procura di Siena, che ha aperto un fascicolo per omicidio volontario pluriaggravato.
Proprio ieri l'avvocato Pantalone ha presentato ai carabinieri istanza di incidente probatorio, affinché la testimonianza dell'anziana donna possa essere “cristallizzata” davanti al giudice per le indagini preliminare. Da quel giorno del 1944 la vita di Giselda, e quella dei suoi 7 fratelli, non è stata più la stessa. Il padre non poteva occuparsi di tutti, così la famiglia già gravemente ferita alla perdita di Ottavia è stata smembrata: i figli più grandi, lei compresa perché era la maggiore, sono stati affidati a uno zio, che ha fatto loro da tutore. I piccini sono rimasti invece col padre. «Proporremo al Comune di Radicondoli - annuncia sempre la legale dei familiari di Ottavia - di intitolare una strada alle vittime della maorcchinate». —
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