Gioco
E’ di nuovo battaglia sulla Brexit: il rischio è erodere il sistema democatico
A Westminster è di nuovo battaglia sulla Brexit, in uno scontro politico che rischia di erodere profondamente il sistema democratico del Paese e spaccare l'opinione pubblica. Il neo esecutivo, dopo giorni di smentite poco credibili, ha confermato l'intenzione di premere per “silenziare” il parlamento e tirare dritto verso la data fatidica dell'addio all'Unione Europea. Aprendo alla concreta prospettiva di farlo senza aver raggiunto con i negoziatori europei un accordo: no deal. Il primo ministro in carica, il conservatore ed ex sindaco di Londra, Boris Johnson, consapevole di avere seri problemi di maggioranza, e di tenuta del partito, ha imboccato una soluzione drastica che lo renderà sicuramente più impopolare. Ha infatti fatto appello alla Regina per far applicare quella che costituzionalmente e formalmente è la chiusura straordinaria del parlamento, nota come “prorogation”. Una norma di prerogativa reale solitamente introdotta nella fase finale di una legislatura, altre volte è stata fatta coincidere con il periodo di congresso dei partiti ma raramente adottata per simili chiare interferenze nell'agenda dei lavori dell'assemblea legislativa. Il dirompente piano del falco nazionalista Johnson è giocato per impedire (azzerando i tempi tecnici) ai deputati di votare o discutere eventuali ritardi o ripensamenti sul divorzio da Bruxelles. E, allo stesso tempo, rende vana ogni manovra da parte di Corbyn di avvicinamento a Downing street. Superflue a questo punto le trame intessute dal leader laburista per mettere in campo una maggioranza di governo alternativa e trasversale, che riprenda le trattative internazionali e traghetti alle elezioni anticipate. Lo scenario prossimo venturo a cui dovremmo prepararci è molto pericoloso, l'incognita non è tanto il valore dei danni finanziari di un no deal, largamente studiato e ipotizzato, ma il potenziale terremoto sociale che potrebbe produrre a catena questa opzione.
Per fare fronte a immediate ripercussioni economiche Johnson ha rimarcato che nel caso di un mancato accordo finale tra le parti il Regno Unito non sarebbe obbligato a versare i fatidici 39 miliardi di sterline nelle casse dell'Unione Europea, come previsto dalla clausola rescissoria ratificata dal precedente governo guidato da Theresa May. Dichiarazione che ha fatto infuriare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. L'altro Donald, quello più famoso e decisamente più controverso, ha invece coccolato l'amico Johnson, spronandolo per portare avanti la Brexit dura e pura. I due leader hanno sancito l'alleanza siglando il patto del pork pie, il pasticcio di carne di maiale. Il presidente Trump ha promesso di riempire le tavole degli americani del tipico alimento della cucina inglese quale ricompensa per la rottura con l'Europa. Nel lontano 1345 Edoardo III si rifiutò di pagare il debito che aveva contratto con i banchieri fiorentini, che ovviamente fallirono. Il sovrano fece precipitare così l'Inghilterra in una guerra secolare per la conquista della corona francese. Ancora oggi, c'è chi cavalca verso il caos.
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