Toscana
La crisi e il parlamentarismo: una scena ottocentesca
La crisi ci fa tornare alla seconda metà dell'Ottocento
La crisi politica di questi giorni, per quanto assai originale, ha un sapore antico. Sembra di essere tornati alla seconda metà dell’Ottocento, allorché i programmi e gli esecutivi nascevano in Parlamento, senza alcun legame evidente con i risultati elettorali. In quel contesto, i singoli parlamentari, per quanto eletti in schieramenti contrapposti, una volta approdati a Roma, potevano “trasformarsi” e votare a favore di gabinetti guidati dal leader contro cui si erano presentati.
Passò alla storia come trasformismo, ma alcuni acuti osservatori di allora l’avevano più propriamente definito come parlamentarismo, inteso nei termini della prerogativa delle due Camere, e in particolare di quella dei deputati, di fare la politica del paese. Non avevano troppo peso le elezioni, il volere popolare, le visioni programmatiche; contava la volontà dei singoli eletti, il cui obiettivo principale, spesso, era quello di restare in carica.
Certo, non esisteva il suffragio universale, non esistevano ancora i grandi partiti di massa e l’Italia, organizzata dallo Statuto albertino divenuto costituzione del Regno, non era una democrazia rappresentativa basata sulla volontà popolare. Soprattutto l’Italia era ancora una monarchia sotto la guida dei Savoia ed era il re a incarnare la volontà popolare. Oggi abbiamo una Carta repubblicana, un sistema politico in cui esistono i partiti e dove, pur in assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, che dunque sono liberi una volta eletti di modificare la posizione con cui si erano presentati alle elezioni, il voto popolare è il perno della legittimazione dei governi.
Tuttavia, sembra di essere tornati all’Ottocento. Dopo le elezioni del marzo 2018, caratterizzate da una campagna elettorale durante la quale M5S e Lega si erano aggrediti in modo feroce, è stato possibile formare, in Parlamento e non nel paese, un governo di legislatura fondato su un “contratto” firmato dai contendenti, divenuti armonici interpreti di una serie, contraddittoria, di punti condivisi. Ora il contratto si è rotto e si ipotizza un governo di salvezza nazionale che tenga insieme il Pd e il Movimento 5 Stelle, che con estrema asprezza si sono combattuti, persino con querele personali, nel corso dell’ultimo anno.
Naturalmente, ancora una volta, come ai tempi del marchese Di Rudinì, le intese fra i belligeranti si dovrebbero trovare nelle aule parlamentari fra deputati e senatori che, in quelle stesse aule, si sono insultati. Parlamentarizzare la crisi, come auspicato da molti, sembra davvero la strada per svuotare la dimensione parlamentare prevista dalla Costituzione, al di là dei sofismi e dei tecnicismi, di qualsiasi traccia di democraticità, che può essere garantita solo dall’espressione del voto popolare sulla base di programmi presentati con chiarezza alle elezioni. Se si evita la strada delle urne, l’impressione è che, alla fine, si rafforzino le accuse dei sovranisti alla natura elitaria delle democrazie liberali.
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