Il Tirreno

Toscana

«Decisione-vergogna Ora lui si sentirà impunito e autorizzato a molestarci di nuovo»

Ilaria Bonuccelli

La testimonianza della vittima che ha identificato il criminale e ha creato un gruppo di auto-aiuto per le donne “assalite” 

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Il racconto

Ilaria Bonuccelli



Ripete la stessa parola più volte. «Vergogna». «Vergognoso». Non ne trova altre. L’unica che misura il suo sdegno. «Gli hanno dato il permesso per continuare a molestare le donne. Si presenta nudo, con il passamontagna, davanti alle ragazze che rientrano sole a casa, tardi. Si masturba davanti a loro. Con me lo ha fatto due volte. E la giustizia che fa? Gli consente di evitare il processo pagando una multa di 500 euro». Ludovica (il nome è di fantasia per tutelare la vittima) non ci crede ancora. Il suo molestatore - suo e di una decina di altre donne - ha terrorizzato per due anni le ragazze di Grosseto. Lei è quella che è riuscito a farlo identificare. Lo ha bloccato, ha fotografato la targa della sua auto. Ma non è riuscita a ottenere una condanna. Il cinquantenne è stato accusato solo di molestie: questo reato, per il nostro codice penale, si può estinguere pagando una multa di 516 euro. Anche se il comportamento è reiterato. Ripetuto. E, quindi, il molestatore è seriale.

Appello su Facebook

La storia di Ludovica rispecchia quella delle altre molestate. Che piano piano sono venute allo scoperto. Molto è merito suo. Dopo il primo assalto, Ludovica decide di mettere da parte la vergogna e lancia un post su Facebook. Il contenuto schietto: «Non può essere successo solo a me. Uno così deve aver colpito altre volte». Ci azzecca. Altre ragazze la contattano. Alcune anche giovanissime. Stessa modalità di molestie: quasi sempre passamontagna; a volte volto scoperto, ma nell’oscurità. «Gli piace seguirci fuori dai locali, quando usciamo tardi. Blocca la porta di ingresso. Poi si mostra: nudo, appunto». Il pene legato a un elastico. Lo tira e inizia il rito della masturbazione. Il suo marchio di fabbrica.

Il panico ti paralizza

«Nel mio caso - racconta Ludovica - la prima volta accade a novembre 2016. Ero stata a ballare con il mio gruppo di amici. Usciamo dal locale verso le 3 e mezzo. Poi andiamo a fare colazione insieme. Alle cinque e mezzo rientro. Non mi accorgo che una persona blocca il portone di ingresso. A un certo punto sento un rumore. Cerco di non spaventarmi subito». Ludovica si mantiene fredda: «Penso di aver causato il rumore battendo la borsa contro la ringhiera delle scale. Quindi riproduco il rumore. Ma è diverso. Allora mi giro. E lo vedo, in fondo alle scale. Mi paralizzo: è lì nudo. Con il passamontagna. Il panico mi prende. Non riesco neppure a gridare. Sono ghiacciata. Non è il fatto che sia nudo, con l’elastico e tutto il resto. Mi terrorizza il passamontagna. Non lo vedo in faccia. Il vuoto. Il nulla». Poi, però, tutto in un colpo, Ludovica si sblocca. Grida, grida, scappa. Entra in casa. Esce la vicina, il padre si precipita fuori. Ma non c’è più nessuno. «Era sparito. Poi ho capito perché. L’ho capito la seconda volta». Dopo mesi. Alla seconda molestia.

le vittime e il gruppo

Siamo in primavera. Ludovica ha creato il suo gruppo privato. Ci sono già alcune ragazze. Lo hanno battezzato “Manhunter” - la cacciatrice di uomo - perché non si rassegnano a non trovarlo. «Io ero andata a sporgere denuncia. Ma non era servito a molto. La paura mi era rimasta appiccicata addosso. Era quello che voleva. Non riuscivo più a rientrare a casa da sola. I miei amici dovevano accompagnarmi fino sul pianerottolo di casa».

caccia all’uomo

Poi accade. Un pomeriggio, a una rotonda, si accorge di essere seguita. Allerta il suo gruppo whatsapp: «Ragazze , per caso qualcuna di voi ha questo tipo di auto? Risposte immediate: no, no, no. no». Allora alla paura si sostituisce la rabbia. Stavolta no. «Mi sono diretta in una strada senza uscita. Lui mi ha seguita. Ha fatto finta di parcheggiare. Io ho fatto inversione e mi sono accostata. Lui si è nascosto sotto il volano dell’auto e si è coperto con un giaccone. Ma io ho fotografato la targa. Con quella sono andata in questura. E ho chiesto di attivare il codice rosa come mi era stato suggerito al momento della prima denuncia». Solo che il codice non viene attivato fino al giorno successivo.

Fuori dalla questura, in compenso, c’è di nuovo lui. Ma Ludovica non si fa intimorire. E lo affronta. «Non mi fai più paura». Si spaventa lui. Che sparisce. Però non si ferma. Continua a colpire.

molestie SU MOLESTIE

Nei mesi successivi l’auto e la targa denunciate in questura da Ludovica vengono riprese da altre donne sui luoghi di altre molestie. Segnalata in altre denunce. Ma sono avvistamenti parziali. «Solo pezzi di targa. Io ero l’unica ad averla intera». Però ci sono gli elementi in comune: il passamontagna, l’elastico, il colore. Alcuni numeri. «In un caso, questo tipo a due ragazzine le ha perfino rinchiuse nell’ascensore. Ha bloccato la cabine per fare le sue schifezze». Ma neppure in questo caso, gli viene contestata la violenza privata. Solo molestie come si legge nella lettera con cui si prospetta alle vittime della possibilità di costituirsi parte civile.

SENZA TUTELA

«Nessuna di noi, però, lo ha fatto . Non avevamo diritto all’assistenza legale gratuita». In effetti, per le molestie il gratuito patrocinio è concesso solo a chi ha basso reddito. E, comunque, prevedendo l’estinzione del reato con una multa non sarebbe stata neppure possibile la costituzione di parte civile. Quindi le ragazze avrebbero speso soldi per nulla. «Per non avere giustizia. La fine di questa storia è che le vittime passano per stupide; che le donne non sono tutelate. E che il molestatore può sentirsi autorizzato a continuare a molestarci perché con una multa di 500 euro se la cava. Nessuno gli fa nulla. E speriamo che non decida di passare ad altro». —



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