Il Tirreno

Toscana

Mamma e sorella vegliano al largo il corpo della “delfina di maggio”

Ilaria Bonuccelli
Mamma e sorella vegliano al largo il corpo della “delfina di maggio”

In Versilia un velista individua la carcassa della cucciola: per un’ora la madre nuota e circonda la piccola rallentando il recupero da parte della Guardia costiera. È la sua danza funebre 

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VIAREGGIO. Sorda a qualunque richiamo. A qualunque tentativo di allontanarla. La madre prosegue la sua danza funebre. Ignora anche la motovedetta della Capitaneria di Porto. Non teme gli uomini a bordo. Non le potranno fare più male del dolore che già prova. Si spoglia perfino del pudore mamma delfina. Mostra la sofferenza. Si immerge, poi riemerge. Gira intorno all’imbarcazione. Un ammonimento. «Non la toccate. Non me la portate via. La mia piccola». La delfina di maggio. Meno di un metro e quaranta di lunghezza, senza denti, in fase di allattamento ancora. Nessuna ferita evidente sul corpo. Eppure morta.

A due miglia a largo di piazza Mazzini, a Viareggio, ieri mattina un velista viareggino non si imbatte in un altro delfino morto. Si imbatte in un evento speciale. Una specie di veglia funebre di cui si legge solo nei libri e nei trattati. Mai nessuno finora ne aveva vista una nel Santuario dei Cetacei della Toscana. Il biologo Silvio Nuti, creatore del progetto Cetus, uno dei più qualificati esperti di delfini, se ne accorge subito. Capisce che la situazione è eccezionale. Due femmine - mamma e sorella maggiore - vegliano il corpo privo di vita dell’ultima nata su cui sono ancora evidenti le pieghe fetali. La femmina più grande «quella di circa 3 metri e 230 chili, con la pinna più sciupata è quella più provata. Non c’è dubbio che sia la madre».

I segnali sono inequivocabili. Lo sono per chi studia gli animali. Ed è abituato ad andare oltre la biologia. Osserva i comportamenti, registra i suoni, comprende i linguaggi: «La madre non si allontanava dalla piccola più di 4-5 metri, anche quando siamo arrivati con la motovedetta. L’altra delfina, la sorella maggiore, invece - spiega Nuti - in alcuni momenti è andata anche 400 metri. A un certo punto ha iniziato a fare salti che rappresentano richiami precisi, rivolti alla madre: sbatteva con forza la coda sull’acqua. Un invito ad andarsene. La madre la ignorava. Allora la figlia maggiore ha usato un’altra tecnica». Ha iniziato a usare la voce. La voce del mare. «Si è rivolta alla madre con i loro suoni: richiami simili a pernacchiette con lo sfiatatoio (il buco sulla testa con cui i delfini respirano). Ma la madre ha continuato a ignorarla. Proseguiva i suoi cerchi intorno alla piccola morta». La danza funebre, mesta e bellissima. La veglia pudica e condivisa.

«Proprio questa incapacità di allontanarsi dalla carcassa della delfina - riprende Nuti - convince che quella più grande sia la madre e l’altra la sorella. Il grado di parentela non è da mettere in discussione perché è tipico dei delfini femmina di restare sempre insieme. Sono i figli maschi che se ne vanno, le femmine restano insieme: conservano un legame fortissimo anche da adulte».

Per questo non sorprende che fossero insieme le tre generazioni di delfine: mamma adulta, fra i 25/30 anni; sorella maggiore sui 15 anni e l’ultima nata. «Probabilmente concepita lo scorso anno e probabilmente anche l’ultima gestazione possibile per la delfina più adulta che nel corso di una vita possono partorire 3/4 esemplari. La perdita di questa piccola tursiope, come delle altre nei giorni scorsi inToscana - conclude Nuti - è un dramma». Non solo perché sono esemplari giovani «ma soprattutto perché significa rallentare il mantenimento della specie. Per ogni delfina che muore perdiamo almeno 3/4 delfini. Un danno è irreparabile». Per l’ecosistema. E per una mamma. Delfina, ma pur sempre madre. Sorda a tutto, ma non alla perdita. —

Ilaria Bonuccelli


 

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