Sicurezza
Nardella vara il "partito dei sindaci" per dettare la linea al Pd sulle Regionali
Il sindaco fiorentino ha riunito in segreto i primi cittadini dei capoluoghi in cui il Pd ha vinto a Palazzo Vecchio, c'era pure Salvetti. Obiettivo: far entrare le liste civiche in coalizione e magari scovare un candidato. Ormai è rotto il cordone con Renzi. Intanto gli zingarettiani stoppano Giani: "Non è unitario"
FIRENZE. È nato il partito dei sindaci. Un partito nel partito. Un PdN fra i dem, il partito di Nardella nel Pd toscano. Il sindaco fiorentino l’ha varato venerdì con una riunione in Palazzo Vecchio. Un caminetto, direbbero i vecchi turbo renziani nel frattempo divenuti “post”, guerinian lottiani o BrDem, acronimo tratto da Base riformista, la corrente di Luca Lotti, il biondo di Montelupo un tempo braccio ambidestro di Matteo Renzi, ora battitore semilibero oltre che capetto della più folta truppa parlamentare renziana e sostenitore della candidatura alla presidenza della Regione di Eugenio Giani. Ecco, l’incontro finora rimasto segreto pare un’entrata a gamba tesa sulle ambizioni del presidente del consiglio regionale.
Perché Dario Nardella nella stanza di Clemente VII quattro giorni fa ha ospitato i sindaci vincenti, quelli in questi anni sfuggiti come lui alla spirale delle sconfitte di epoca leopoldina o che addirittura a quella corrente hanno cambiato verso. E cioè il pratese Matteo Biffoni, la empolese Brenda Barnini, il livornese Luca Salvetti, il lucchese Alessandro Tambellini. Tutti rappresentazioni diverse del Pd, quattro sfumature di Pd, anzi Salvetti neppure è del Pd. Però tutti immagini di uomini e donne del fare. Obiettivo: organizzare una convetion a settembre con i primi cittadini dem della regione e progettare una strategia e un candidato per non regalare la Toscana a Salvini.
«Coagulare intorno al Pd toscano il modello con cui i sindaci del Pd hanno saputo conquistare o ri-conquistare i Comuni capoluogo, soprattutto incanalare nel percorso di costruzione della coalizione e della candidatura per il voto del 2020 l’esperienza del civismo», racconta chi ha assistito all’incontro. Uno stop a Giani e pure alla segretaria regionale Simona Bonafè? Presto per dirlo, ma la riunione non sarebbe piaciuta a Giani, che con il sì di Renzi alla sua corsa credeva di aver sparigliato il campo renziano. «Renzi chi?», sembra suggerire il partito dei sindaci. Il sindaco fiorentino si sta costruendo un giglio magico tutto suo, un cerchio fatto di fasce tricolori, un gruppo con cui avviare una scalata. «Qui c’è il Pd più forte d’Italia», disse Nardella a poche ore dalla rielezione sbandierando il 57% dei voti, quasi auto-proclamandosi leader in erba o in potenza di un futuribile Pd. Insomma, Dario dice addio a Matteo. Anzi è quasi un'operazione freudiana, il figlio politico rimuove il padre putativo per superarlo e prenderne il posto. Insomma, pare che Nardella voglia fare le scarpe a Renzi ripercorrendone la stessa parabola: prima si conquista la città (la prima elezione fu quasi luce riflessa del re di Rignano), poi si costruisce un partito e un popolo con una convention, elegge una stretta cerchia di fedelissimi, sceglie mosse e messaggi forti, anche se con toni più misurati.
Certo, frenano sui renziani gli zingarettiani. Sì perché a quello nardelliano, venerdì scorso s’è affiancato un vertice fra le truppe di Zingaretti. Riunione d’area ufficiale al quartier generale con tutte le anime della nuova maggioranza guidata dal capo del Nazareno, che però in Toscana è ancora minoranza: dai “socialisti” Valerio Fabiani, Alessandra Nardini, Susanna Cenni ed Emiliano Fossi che guardano alla Ocasio Cortez come ad una sibilla Cumana ai rossiani Vincenzo Ceccarelli e Vittorio Bugli, ai gentiloniani Stefano Bruzzesi, Monia Monni, Federico Gelli e Federica Fratoni, fino a Rosa Maria Di Giorgi, la prima dei renziani delusi e scesi dal carro. «Si sono decise due cose: primo, Bonafè la pianti di traccheggiare e vari una vera segreteria unitaria, che tenga conto del congresso - dice uno dei partecipanti - Il nome scelto all’unanimità per la vicesegreteria è quello di Fabiani. Secondo, le candidature in campo finora non possono essere espressione di unità, dunque le primarie non sono il male assoluto». Tradotto: Giani e Bonafè non avranno l’imprimatur degli zingarettiani. L'istanza politica rivolta alla segretaria ed eurodeputata è netta: come pensa di costruire un'alleanza con mondi diversi, da sinistra al centro, sostenendo che tutto debba gravitare su programma e candidature del Pd? Il rischio è rimanere isolati, in compagnia solo di partitini dallo zero virgola, e dunque sotto la soglia del 40% con cui il Toscanellum consegna la maggioranza e il governo della regione.
Ed è la tesi pure di Nardella. Che ambisce ad esprimere un nome o a poter dire la sua. In fondo, da due mesi non fa che dettare la linea. Sulla coalizione «c’è da allargare al civismo», il candidato deve «rappresentare la forza dell’area fiorentina», le primarie devono essere «l’extrema ratio». E lui, che sull’aeroporto di Firenze ormai tuonava manco fosse un ultrà di Peretola, in nome della nuova amicizia costiera con Salvetti e di quella di pianura con Biffoni, dice che sulla pista lunga «non bisogna fossilizzarci» ma «cambiare scenario, guardare a tutta l'area che va da Prato a Firenze, passando dalla Piana, dalle Signe». Le Signe, ohibò: cioè tutte le terre che fino a ieri erano nemici alle porte, hanno perfino dato battaglia su Peretola, ma ora si sono ammansite e meritano di essere annesse alla signoria nardelliana.
Dal cerchio di fasce magiche uscirà un candidato? «Ancora presto – racconta chi ha ascoltato dialogare i sindaci – Certo, se dovesse essere, sarà espressione anche del civismo con cui vorremmo contribuire al dibattito nel partito sulla corsa verso le Regionali». Tradotto: chi è uscito allo scoperto più o meno apertamente finora dovrà faticare per avere il placet nardelliano e del partito dei sindaci. Giani, Bonafè, Gelli, Saccardi, Ceccarelli, state sereni, è nato il PdN.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
