Il Tirreno

Toscana

Gli anarchici NoTav e l'ombra di una "talpa": così è nato l'attentato che ha paralizzato l'Italia

Mario Neri
Gli operai di Ferrovie al lavoro durante le riparazioni
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Gli operai di Ferrovie al lavoro durante le riparazioni

Firenze: sabotaggio dell’Alta Velocità paralizza i treni. Rivendicazione anarchica nel giorno del processo per la bomba di Capodanno. Forse una “basista” esperto di ferrovie

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FIRENZE. Sui binari gli uomini di Ferrovie sfilano e filano matasse di cavi, gomitoli giganti carbonizzati, grovigli di tecnologia saltata in un minuto insieme alla quotidianità di milioni di persone. Pettorine fluo che si muovono avanti e indietro. E subito un’ipotesi più forte delle altre: la mano anarchica, la rabbia NoTav. Sì perché tutto inizia qui: ore 4.50, Rovezzano, periferia sud est di Firenze, quartiere di case popolari protette dalle barriere fonoassorbenti, una delle porte dei treni d’Italia, uno dei pochi punti della geografia ferroviaria del Paese in cui l’alta velocità corre al fianco di quella lenta, dove i treni missile scorrono vicino a quelli lumaca (lumaca, tenetelo a mente).

Benzina all’alba. Due ore all’alba. Una, forse due ombre sbucano da via della Chimera, attraversano i binari, forse una si ferma a pochi passi dalle rotaie, accanto ai casottini di cemento e lamiera e a una colonnina di metallo. Bastano poche mosse: sollevare due tombini, versare benzina nelle canalette e sulla centralina, una fiammata.

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Anarchici in aula. Ore 8, Palazzo di Giustizia, Novoli. In aula 28 imputati, maxi processo agli anarchici fiorentini anche per la bomba di Capodanno 2017 alla libreria Il Bargello. Arrivano alla spicciolata, lumache verso la sentenza. Da 3 ore e 10 minuti i trasporti ferroviari in tutto il Paese sono in tilt, quasi 50 treni cancellati, ritardi ciclopici a centinaia di altri convogli, milioni di passeggeri arresi all’idea di dover rimandare partenze di lavoro o ferie, per visitare i parenti in ospedale, afflosciati sui trolley nella sale d’attesa con gli occhi sgomenti puntati sui monitor di arrivi e partenze. È bastato un niente, la benzina versata in tre punti, un incendio che si propaga veloce, messo a segno con una tanica e un cerino, per spezzare l’Italia in due, piegare lo Stato, mostrare a tutti la fragilità dei sistemi di sicurezza ferroviaria, le falle di un’infrastruttura che dovrebbe essere impenetrabile. Un Paese appeso a un filo. I fili. Quelli elettrici protetti solo da tombini di cemento. Poche ore e Digos e Polfer circoscrivono il raggio di un’inchiesta che sembra avere una ipotesi già tracciata: pista anarchica.

Possibile accusa di terrorismo. In serata confermano: la procura guidata da Giuseppe Creazzo apre un fascicolo per attentato alla sicurezza dei trasporti e danneggiamento. Ma la polizia sta analizzando i filmati delle telecamere di sorveglianza. Se quelle sagome comparse a Rovezzano fossero di anarchici, potrebbe scattare l’aggravante del terrorismo. Ombre, non di più, perché lì, in quel punto, non ci sono obiettivi. Un nodo scoperto. E chi ha colpito lo sapeva. Per questo Polfer e Digos sospettano che qualcuno, da dentro le Ferrovie o un esperto di reti ferroviarie, possa averli aiutati. Una talpa.

Il collegamento con il processo. Certo, nessuno fra gli agenti se lo nasconde: «C’è un collegamento fra l’attentato e il processo». In fondo, a questo sembra alludere la pseudo rivendicazione su Finimondo.org, muro online della galassia anarchica. Cita l’anniversario della morte di Carlo Giuliani e il processo di Firenze. E in aula, accusati di aver piazzato l'ordigno che tolse un occhio a un artificiere, ci sono anche alcuni inquilini di villa Panico, la casa occupata a San Salvi, sgomberata con una maxi operazione della polizia mesi fa che ha lasciato l’anarchismo senza sede. «Un gesto d’amore e di rabbia? - scrivono quelli di Finimondo - È più forte di noi. Non riusciamo a trattenere la nostra emozione nel constatare come questo gigante chiamato Potere abbia i piedi di argilla. Come sia sufficiente accendersi una sigaretta sotto la luna per mandarlo in tilt. Come tutta la sua esaltata magnificenza dipenda da fragili cavi disseminati un po’ dovunque. Così vulnerabili da poter essere neutralizzati persino da una lumaca».

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La strategia della lumaca. “La strategia della lumaca”, la definiscono, quasi burlandosi degli investigatori. Sì perché la parola lumaca è linkata a un post di domenica. Titolo: «Toccata e fuga». Il racconto delle ferrovie giapponesi messe fuori uso il 30 maggio da «un invertebrato» che «si è infilato nelle apparecchiature» lungo «i binari e, strisciando con la sua bava umida su un cavo, ha preso fuoco». La strategia della lumaca. Una tensione lenta, che si insinua nelle feritoie dello Stato. «Hanno usato una tecnica rudimentale, senza inneschi», rivelano dalla Digos, «gli è bastato versare liquido infiammabile in alcune canalette scoperte. È un problema annoso per Rfi, gli anarchici lo sanno e infieriscono». Qualcuno ci provò anche il 21 dicembre 2014. Sempre a Rovezzano. Un tentativo fallito che ora somiglia a una prova generale. I tecnici riuscirono a spegnere il fuoco in un pozzetto. Poco lontano, una bottiglia inesplosa, diavolina e fiammiferi. «Le canalette? Non entriamo nel merito», rispondono da Ferrovie.

Caccia alla talpa. Ma davvero è stato tutto così semplice? E perché finora i “colpi” erano falliti? Il sospetto è che al fianco degli anarchici abbia agito un dipendente, qualcuno che potrebbe aver soffiato a chi s’è gettato sui binari di Rovezzano informazioni sulla logistica dei cavi e forse anche sull’orario migliore in cui far strisciare nelle canalette la bava di benzina con cui appiccare il rogo, e che sia una talpa e non una lumaca ad aver spezzato l’Italia in due. —


 

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di Redazione web