Il Tirreno

Toscana

IL PROGETTO

Una casa sulla Luna? «Siamo pronti, intanto abbiamo fatto il mattone»

Giuseppe Boi
Valentina Colla con il mattone lunare
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Valentina Colla con il mattone lunare

Pisa: progettato da una ricercatrice della Scuola Sant’Anna. È di sabbia lunare e acqua, pesa 2.200 chili a metro cubo

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Sono grigi e hanno i buchi come la gruviera. Sono fatti di sabbia, ma non quella che si trova sulle spiagge, bensì quella presente sul suolo della Luna. Il peso apparente è di 2.200 chilogrammi per metro cubo, anche se sul satellite della Terra “dimagriranno” di un sesto. Ma poco importa, perché i mattoni lunari inventati dalla Scuola superiore Sant’Anna non saranno né caricati su un razzo e inviati oltre l’atmosfera terrestre, né assemblati da astronauti-muratori a 384.400 chilometri dal nostro pianeta. Dal 2014 il più autorevole studio per la colonizzazione umana della Luna è made in Pisa. E questo perché i ricercatori santannini hanno trovato tanto il modo di realizzare delle strutture solide sul satellite usando materiali presenti in loco, quanto perché hanno individuato la tecnologia necessaria per farlo senza che l’uomo sia costretto a fare il carpentiere nello spazio: le case sulla luna saranno costruite con regolite (il nome scientifico della sabbia lunare) mischiata ad acqua e un reagente chimico, da delle speciali stampanti in 3d e da dei rover spaziali, vale a dire le macchinine robot con cui, ad esempio, è cominciata l’esplorazione nella ben più lontana Marte.

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Sabbia lunare e stampa 3d

Lo studio, rivelato alla vigilia del cinquantesimo anniversario dello sbarco dell’Apollo 11, e considerato dal mondo scientifico come la base per colonizzare la luna, è stato realizzato da Valentina Colla e dall’Istituto di Tecnologie della comunicazione, dell’informazione e della percezione (Tecip) del Sant’Anna con un finanziamento della European space agency (ESA).

Realizzare i mattoni lunari è stata una corsa a ostacoli. Anzitutto è stato necessario procurarsi del materiale presente sulla Luna. Utilizzare quanto riportato sulla terra dalle missioni Apollo per i test era impossibile, mentre sfruttare i prodotti presenti sul mercato (un’azienda Usa commercializza una riproduzione della sabbia lunare) comportava dei costi insostenibili. Per questo i ricercatori hanno dovuto ricreare la polvere del satellite da soli utilizzando la sabbia vulcanica del lago di Bolsena arricchita con dei componenti chimici presenti sulla luna.

Ottenuto il materiale, gli studiosi pisani hanno adattato la tecnica della stampa in 3d all’assenza di gravità. Per farlo hanno usufruito della collaborazione della Monolite UK Limited. L’azienda dell’ingegnere pisano Enrico Dini produce infatti mattoni dalla sabbia usando una speciale stampante tridimensionale: la D-Shape. Il risultato sono i mattoni bucherellati. Una struttura “a bolle” che permette di minimizzare l’uso di acqua (che andrà recuperata anch’essa sulla Luna usando il ghiaccio scoperto nei crateri vicino ai poli del satellite). Nel processo di stampa, inoltre, parte della regolite rimarrà all’interno dei buchi garantendo ulteriore protezione agli abitanti della base.

Uno scudo spaziale

Il risultato finale è un materiale che, secondo i calcoli validati dall’Esa, è in grado di resistere a detriti e meteoriti che colpiscono la Luna senza nessun filtro visto l’assenza di atmosfera. Insomma, al Sant’Anna è stato individuato un materiale capace di creare uno scudo spaziale che il partner inglese del progetto, lo studio di architettura britannico Foster+Partners, ha pensato di assemblare a forma di cupola per incrementare ancora di più la resistenza della struttura. L’interno del guscio realizzato con la tecnica studiata a Pisa andrà poi “arredato” con strutture modulari inviate dalla Terra. «Noi abbiamo pensato a delle tensostrutture, ma questo dipenderà dalle scelte prese in un’eventuale missione di colonizzazione», sottolinea Colla.

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Opportunità e rischi

Lo studio del Sant’Anna ha una peculiarità: quella di abbattere i costi per realizzare una base lunare. Perché alla fine, se l’uomo non è più tornato sulla Luna è anche per le notevoli risorse economiche necessarie. L’abbattimento dei costi è un’opportunità per la ricerca scientifica, ma anche un potenziale problema legato all’uso che l’uomo possa fare di strutture lunari. Magari in futuro, su queste colonne, si parlerà di speculazione edilizia sulla Luna.

«Spero di no – commenta Colla –. Il nostro studio e l’obiettivo dell’Esa ha scopi pacifici e non speculativi. Ma tutto è possibile: c’è ad esempio chi pensa di spendere 100mila euro per salire su un razzo e andare in vacanza nello spazio anziché nelle Maldive. E del resto anche chi ha scoperto la reazione atomica non pensava a un suo utilizzo con una bomba. Nessuno, in definitiva, può escludere la stupidità e il male di cui è capace l’uomo». Resta il fatto che, grazie alla studio di Valentina Colla e del Tecip del Sant’Anna la colonizzazione della luna è più vicina. «La tecnologia c’è tutta e se la missione dovesse partire domani, entro 10 anni avremo una base lunare», conclude. Insomma, un sogno alla portata dell’uomo. —

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