Toscana
Gli olivi irrigati con l’acqua salina, il pioppo "mangia" la plastica: così si difende l'ambiente
Cambiamenti climatici, gli studi del Sant’Anna di Pisa per reagire ai danni creati dall’uomo sul Pianeta e difendersi dall'inquinamento
PISA. Il pioppo “mangia” le sostanze plastiche disperse nel terreno. L’olivo può essere annaffiato con l’acqua salina e sopperire alle carenze idriche del pianeta. Le piante sono filtri. Ma fino a che punto? Fino a che punto sono una barriera all’inquinamento? Per certo sappiamo che assorbono le sostante inquinanti dalle radici e le fanno arrivare alle foglie e (forse) ai frutti. Le sostanze inquinanti sono residui di plastiche abbandonate nel suolo o nelle acque, che senza saperlo potremmo ritrovarci nel piatto alla fine di questo ciclo. A meno che la pianta non riesca a smaltirli per conto proprio, come avviene con i pioppi.
Ma ci sono anche altri cambiamenti legati a fattori antropici, come quelli climatici, che rendono sempre più difficile l'approvvigionamento idrico. Un'emergenza che costringe gli esperti a cercare sistemi alternativi per le colture, come irrigare gli olivi con l'acqua salina. Esperimento tentato e riuscito. Sono gli studi, collegati tra loro, dell'istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna.
«L'idea nasce nell'ambito di un progetto di ricerca che va avanti da diversi anni», spiega il direttore dell'istituto Luca Sebastiani, che sta conducendo questi studi con Samuele Moretti e Alessandra Francini in collaborazione con Luisa Hernández e José M.Martínez-Rivas, ricercatori dell’Instituto de la Grasa di Siviglia. Tutto nasce da una consapevolezza: «Nelle acque e nei suoli troviamo sempre più sostanze inquinanti rilasciate da attività umane – spiega Sebastiani – non solo plastiche, ma anche antibiotici e composti farmaceutici. Così stiamo studiando il destino di queste molecole per capire se le piante le assorbono e nel caso che fine fanno: se vengono distrutte o vengono accumulate».
Dato che non tutte le molecole sono uguali, in quanto alcune sono dannose e altre no, gli esperti sono andati ad indagare i potenziali rischi di questo meccanismo. E qui entrano in scena i due protagonisti del primo studio: il pioppo e il diottilftalato, una sostanza inquinante impiegata nel campo della produzione delle materie plastiche. Ecco, gli esperimenti hanno permesso di dimostrare che il pioppo è in grado di accumulare il diottilftalato. Una scoperta che pone gli studiosi davanti a due letture. «Una consiste nella consapevolezza che se il pioppo è in grado di assorbire nel proprio apparato radicale queste sostanze dalle acque e dai terreni – continua Sebastiani - allora possiamo usare questa informazione per poter eliminare la sostanza stessa, lavorando sulla pianta, magari migliorandola, su vasta scala nelle zone contaminate». L'altra lettura, invece, consiste nella possibilità di «studiare un meccanismo per non far assorbire la sostanza dalla pianta, per non fargliela accumulare o nel caso in cui entri nel suo apparato di fargliela distruggere trasformandola in acqua o anidride carbonica».
La seconda lettura è molto importante anche per un altro studio. Se il pioppo si propone come pianta capace di accumulare e nel caso smaltire molecole inquinanti, ora occorre capire se tale meccanismo di accumulo interessa anche le piante da frutto. Perché se così fosse, significa che la molecola inquinante che gettiamo in terra ce la ritroveremo domani nel piatto. In questo modo, se il pioppo è stato l'esempio campione degli esperimenti in quanto pianta studiata già da anni, ora gli scienziati studiano l'olivo. «È una pianta importante al centro di molti studi ma non su questi argomenti – spiega Sebastianini - Conosciamo la risposta da parte del frutto, il suo metabolismo e questa conoscenza ci permette di capire se la molecola inquinante viene assorbita». Esperimenti in questo senso sono già in corso al Sant'Anna, basati sullo stress idrico e salino dell'olivo, per capire come il sodio riesca a entrare e venga assimilato. Procedimenti che hanno portato a un'altra scoperta da parte degli stessi ricercatori, appena pubblicata su un articolo del “Plant Physiology and Biochemistry”, che dimostra come l'olivo possa essere irrigato con acqua salina. «Si tratta di informazioni essenziali – conclude il direttore - per valutare se e come utilizzare acque saline di scarsa qualità per sopperire alle sempre maggiori esigenze idriche degli ambienti mediterranei esposti ai drastici cambiamenti causati dai cambiamenti del clima». —
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