Sicurezza
Gli alieni tra noi: invece di invaderci licenziano e non ascoltano
Stefania Grotta D’Auria ha 45 anni, sposata, madre di un figlio di undici anni, dipendente part-time di Eurospin Tirrenica da sette anni. Ha la sclerosi multipla, ha subìto un trapianto. Ha fatto più di 180 giorni di malattia. Licenziata. È per contratto. È nelle regole. È nella legge. (Poi , per fortuna l’azienda si è scusata e ha ritirato il licenziamento: lo ha spiegato il Tirreno nell’edizione di ieri. ndr)
Intervistata, Stefania aveva osservato che se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, lei era stata privata di questo diritto, ma soprattutto era stata privata del suo modo di vivere una vita normale. È cassiera e fa in modo, come tutti i lavoratori, che l’azienda in cui lavora vada avanti, assicuri i profitti agli azionisti e i lauti stipendi ai dirigenti. La realtà è questa, ma si presenta sempre come rovesciata. Tutto appare come se dovessero essere i lavoratori a dover ringraziare chi dà loro lavoro e chi li dirige. A cosa serve una cassiera che ha problemi fisici, fa molte assenze per malattie, peraltro assai serie e invalidanti? Per l’azienda è una perdita economica, una cosa non una persona, dunque va licenziata. Ogni donna e ogni uomo sono cifre in un libro di conti, anzi in un computer dotato di un programma aziendale. Come era stata licenziata Stefania? Con una raccomandata. Aveva provato a telefonare agli uffici, ma figuriamoci! Nessuno ha risposto. Lo stesso Tirreno aveva telefonato all’azienda e la segretaria aveva risposto che i dirigenti erano tutti in ferie. Ora, ammettiamo pure che fosse una pietosa bugia di una segretaria costretta a fare muro per i suoi dirigenti. In ogni caso, nessuno di loro aveva trovato il tempo di andare a parlare con Stefania, cercare di capire cosa significasse vivere con la sclerosi multipla e subire un trapianto, provare a mettersi nei panni di chi evidentemente soffre ma ha bisogno del lavoro non solo per ovvi motivi economici, ma anche perché è così che può sentirsi come gli altri, riappropriarsi di se stessa, dare un senso alla sua identità. Tutte cose che non sono previste nel libro di conto, anzi nel computer con il programma aziendale. Non sono previsti il rispetto per la persona, la preoccupazione per la sua salute, la comprensione per i suoi disagi, le sue sofferenze, le sue difficoltà.
Quello che visto da un altro pianeta apparirebbe come insana follia e indifferente cattiveria, guardato dal nostro interno appare come normale, perché siamo assuefatti alla disumanità e pensiamo che sia parte integrante della nostro stesso essere umani. E invece non lo è. Ci sembra naturale la logica commerciale e produttiva di chi si comporta come gli alieni invasori in quei film di fantascienza, dove alla domanda: «perché ci odiate», loro rispondono con calma e freddezza: «non vi odiamo. Abbiamo bisogno del vostro spazio per sopravvivere e voi siete di troppo. Ci dispiace». Immagino che l’azienda avesse scritto a Stefania con lo stesso tono burocratico, freddo, impersonale.
Nei film gli umani alla fine combattono e talvolta riescono a cacciare gli alieni. E nella realtà storica? Con la mobilitazione e la solidarietà, l’azienda è stata convinta a ritornare sui propri passi. Ma se manda una raccomandata per licenziare e i dirigenti non si fanno trovare a telefono, vuol dire che anche questa, come molte, troppe altre, è una storia ordinaria. Che va combattuta in quanto tale. Una storia in cui non sono protagonisti degli alieni, ma degli umani senza umanità.
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