Gioco
Parassita uccide le conchiglie icona dell’Arcipelago Sono filtri dell’acqua
Da Giannutri all’Elba spariscono i giardini di Pinna nobilis I biologi: «È impossibile fermare questo disastro»
C’è un giardino nel nostro mare e sta sparendo. Mangiucchiato da una morte invisibile. Emanuele ci si immergeva da anni. Ed è stato come se per noi, abituati al mondo di sopra della macchia mediterranea, fossero scomparsi d’improvviso lecci, erica, ginestre, lentischi. Una pineta rasa al suolo dal nulla. Per i sub è uno choc quasi ad ogni immersione.
«Vengo a Giannutri dagli anni ’90, i fondali di Cala Spalmatoio e Cala Maestra erano uno splendore. Posidonia e Pinne nobilis, cespugli e nacchere, vegetazione e fauna fra scogli e sabbia. Domenica ho messo la maschera, mi sono immerso – dice Emanuele Zendri, biologo di Legambiente del ministero dell’Ambiente - e sono bastati pochi metri perché mi sentissi in un altro posto». Un altro fondale, un altro mare. Un luogo del cuore diventato estraneo. «Erano sparite le Pinne nobilis, le grandi conchiglie tipiche delle nostre coste. Ne era rimasta solo una. L’ho fotografata». Le valve aperte. Il mollusco scomparso, il guscio dell’animale disteso sul fondo come un’anfora antica ricoperta di alghe. Un relitto della natura. Perché la natura sui fondali dell’Arcipelago sta cambiando volto, rischia di venire stravolta da un parassita killer che per ora sembra imbattibile e nessuno è ancora sicuro di aver identificato.
Alta fino a un metro, ornata alla base di filamenti di bisso dorato, la specie icona del mare nostrum finora era una preda per i bracconieri del mercato tessile. Per questa rientrava fra le specie protette della direttiva Habitat. Ha conosciuto il suo vero assassino per la prima volta nel 2016 in Spagna, e nessuno sa ancora come fronteggiarlo. «Le prime morie sono scoppiate in Andalusia e alle Baleari nel 2016. Da lì si sono propagate a gran parte del Mediterraneo», dice Leonardo Tunesi, biologo dell’Ispra, l’Istituto di protezione ambientale del ministero dell’Ambiente che ha creato un gruppo per monitorare l’emergenza. «Gli spagnoli sono stati i primi a fare ricerche. Hanno individuato un parassita come possibile causa: l’Haplosporidium pinnae - racconta Tunesi - È una nuova specie, mai studiata prima, probabilmente originata da una mutazione genetica, ed è resistentissima. Colpisce solo le Pinnae nobilis, e non, ad esempio, la pinna rudis, un’altra conchiglia tipica del Mediterraneo».
Poi però, con la diffusione della malattia, anche gli italiani hanno avviato le ricerche, «E scoperto sul 100% di esemplari morti un altro fungo e solo in parte l’Hasplosporidium», continua Tunesi. Dunque, non è chiaro quale dei due le stia decimando. Qualunque cosa sia, sta uccidendo le conchiglie simbolo del Mediterraneo. E con i ritmi di una pandemia subacquea, quasi fosse una Xylella dei mari. In tre anni le mappe dei biologi marini si sono riempite di puntini rossi: casi di nacchere scomparse sono stati segnalati in Francia, Sicilia, Campania, Sardegna, Corsica, ma anche Marocco, Algeria, Tunisia e perfino in Turchia. Fino all’anno scorso l’Arcipelago sembrava essersi salvato se si esclude la Capraia. Poi le segnalazioni dei sub si sono moltiplicate.
La Capitaneria dell’Elba ha trovato carcasse di nacchere a Porto Azzurro e alla Baia di Straccoligno a Capoliveri, e c’è chi ha lanciato l’allarme anche dallo scoglio d’Africa a sud di Montecristo. «Sospettiamo sia un parassita importato nel Mediterraneo dalle acque di scarico delle grandi navi. Ed è allarmante, perché la Pinna nobilis è importantissima per la salute del mare, ripulisce l’acqua filtrando alcune particelle organiche», dice Umberto Mazzantini, responsabile Legambiente per l’Arcipelago.
«Chiediamo al Parco un monitoraggio speciale». «Per ora non c’è rimedio - dice Tunesi - Anche se non ha mai coinvolto la totalità delle colonie». Ma è evidente: le Pinne nobilis rischiano l’estinzione. Come proteggerle? Gli spagnoli tentarono di preservare alcuni esemplati sfuggiti al fungo killer in vasca, in una sorta di quarantena, nella speranza di reimpiantarli una volta scampato il pericolo. Troppo tardi. «Si sa solo che la mortalità diminuisce in aree a bassa salinità, è successo nei laghi salmastri a Messina, e a profondità elevate, 90-100 metri». I giardini dell’Arcipelago resistono negli abissi. —
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